Programma di Alternativa-Politica

mercoledì 31 ottobre 2012

Chi possiede il mondo?

Chi possiede il mondo?
di Noam Chomsky
26 ottobre 2012

AMY GOODMAN: Siamo a Portland, Oregon, perché facciamo parte del giro in 100 città organizzato  dalla Maggioranza ridotta al silenzio.  Questa settimana in cui il presidente Obama e l’aspirante alla presidenza, Mitt Romney hanno fatto un dibattito su problemi di politica estera, e sull’economia, noi ci rivolgiamo a Noam Chomsky, dissidente politico famoso in tutto il mondo, linguista, scrittore, e professore al MIT. In un recente discorso, il professor Chomsky ha esaminato argomenti in gran parte ignorati  o soltanto accennati durante la campagna elettorale, dalla Cina alla Primavera Araba, al riscaldamento globale e alla minaccia nucleare posta da Israele contro l’Iran. Ha parlato il mese scorso all’Università del Massachusetts ad Amherst a un evento sponsorizzato dal Center for Popular Economics. La sua conferenza era intitolata. “Chi possiede il mondo?”

NOAM CHOMSKY: quando pensavo a queste osservazioni, avevo in mente due argomenti, non riuscivo a decidere quale dei due scegliere, in effetti molto ovvii. Uno è: quali sono i problemi più importanti che dobbiamo affrontare? Il secondo è: quali problemi non si stanno trattando seriamente – o per nulla – in questa follia quadriennale in corso che si chiama elezione? Mi sono però reso conto che non c’è un problema; non è una scelta difficile: sono lo stesso argomento. E ci sono delle ragioni che sono di per se stesse molto significative. Mi piacerebbe tornare su questo punto fra un momento. Prima dirò alcune parole sul contesto, iniziando dal titolo che è stato annunciato: “Chi possiede il mondo?”

In realtà, una bella risposta a questa domanda è stata data tanti anni fa da Adam Smith, una persona che ci si aspetta che adoriamo, ma che non leggiamo. Era un po’ sovversivo quando lo si legge. Si riferiva alla nazione che era la più potente del mondo ai suoi tempi, e, naturalmente, era la nazione che lo interessava, cioè l’Inghilterra. E ha fatto notare che in Inghilterra gli architetti della politica sono coloro che possiedono la nazione: e che ai suoi tempi erano i mercanti e i  produttori di merci. E ha detto che essi si assicurano di disegnare le linee politiche, in modo che i loro interessi vengano seguiti in modo particolare. La politica è al servizio dei loro interessi, per quanto sia doloroso l’impatto sugli altri, compreso il popolo inglese.

Smith era, però un conservatore vecchia maniera con principi morali, quindi ha aggiunto le vittime dell’Inghilterra, le vittime di quella che chiamava “l’ingiustizia selvaggia degli Europei”, dimostrata specialmente in India. Ebbene, non aveva illusioni su chi fossero i proprietari, quindi, per citarlo di nuovo, “Tutto per noi stessi e nulla per le altre persone, sembra, in ogni età del mondo, essere stata la ignobile  massima dei padroni del genere umano.” Era vero allora; è vero adesso.

La Gran Bretagna ha mantenuto la sua posizione come potenza mondiale dominante quando il ventesimo secolo era già cominciato da un pezzo, malgrado il  suo declino progressivo. Alla fine della seconda guerra mondiale, il dominio si era spostato rapidamente nelle mani dell’ultimo arrivato  al di là del mare, gli Stati Uniti, di gran lunga la società più potente e ricca nella storia del mondo. La Gran Bretagna poteva aspirare soltanto ad essere il suo socio meno anziano,  come aveva mestamente riconosciuto il Foreign Office britannico (il mistero degli esteri). In quel momento, il 1945, gli Stati Uniti possedevano letteralmente la metà della ricchezza mondiale, incredibile sicurezza, controllavano l’intero emisfero occidentale, entrambi gli oceani, le sponde opposte di entrambi gli oceani. Non c’è nulla, non c’è mai stato nulla del genere nella storia.


E i pianificatori lo hanno capito. I pianificatori di Roosvelt si incontravano  durante la Seconda  guerra mondiale per disegnare il mondo del dopo guerra. Erano molto sofisticati al riguardo, e  i loro piani sono stati abbastanza messi in pratica. Volevano assicurarsi che gli Stati Uniti avrebbero controllato quella che  chiamavano una “grande area” che avrebbe incluso, sistematicamente l’intero emisfero occidentale, tutto l’Estremo Oriente, l’ex Impero britannico, di cui gli Stati Uniti avrebbero preso il controllo, e il più possibile dell’Eurasia – cosa di importanza cruciale – i suoi centri di commercio e di industria in Europa occidentale. E nell’ambito di questa area, dicevano, gli Stati Uniti avrebbero mantenuto un potere indiscutibile con una supremazia militare ed economica, assicurando nello stesso tempo la limitazione di qualunque esercizio di sovranità da parte di stati che potessero interferire con questi disegni globali.

per vedere tutto: z net italy chi possiede il mondo?

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
http://www.znetitaly.org
Fonte:http://www.zcommunications.org/who-owns-the-world-by-noam-chomsky
Originale: Democracy Now!
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2012 ZNET Italy –Licenza Creative Commons   CC BY-NC-SA 3.0

fonte:


Scorie nucleari e nuove energie

di Margherita Furlan – Megachip.
Un viaggio insolito sta per compiersi a partire da uno dei posti meno indagati d’Italia. Il posto si trova in Piemonte, a Saluggia. È un ex reattore di ricerca, ha il nome di una gloria originaria del vercellese, il fisico Amedeo Avogadro.

Nel 1979 il reattore è stato dismesso e trasformato in deposito “temporaneo” di elementi di combustibile dell’ex centrale Enrico Fermi di Trino Vercellese. E il viaggio? Sono in partenza per gli Stati Uniti 52 elementi di combustibile di tipo "cruciforme" contenenti pastiglie di biossido di uranio con arricchimento non superiore al 3%. Così una vecchia storia, nata decenni fa e dimenticata per una generazione, ridiventa un problema attuale.

A causa di un malfunzionamento per un difetto di progettazione, la centrale di Trino fu fermata poco dopo la sua partenza e gli elementi di combustibile furono riprogettati per aumentare il rendimento del reattore e ridurre i problemi nel frattempo emersi. La riprogettazione comportò il mancato riutilizzo degli elementi "cruciformi" che furono collocati in deposito.

Negli USA gli elementi cruciformi subiranno un processo dal quale verrà recuperata una certa quantità di plutonio. Questo è lo scopo dichiarato dalle autorità governative, per il quale sembrerebbe necessario un trasporto sino al Porto di Trieste, attraversando l’intera Pianura Padana, diversamente dalla normalità dei casi in cui viene invece utilizzato il porto di La Spezia. 

Interi territori saranno attraversati da un carico lasciatoci in eredità da chi non aveva saputo risolvere un grave problema.

Come uscirne? Il tema delle scorie nucleari italiane è già stato lo spunto di un interessante progetto illustrato nel 2009 dal fisico italiano Carlo Rubbia (Nobel 1984 per la Fisica). Ora che le scorie stanno per viaggiare, il tema torna drammaticamente di moda, e sarà da approfondire scientificamente. Cosa fare delle scorie nucleari e della produzione di energia nucleare, ancora una volta, è tema da confrontare con le proposte alternative in ambito energetico. 

Cosa ci ricorda Rubbia? Nel mondo contiamo 436 reattori nucleari in 31 nazioni. Annualmente producono migliaia di tonnellate di nuove scorie.

Un reattore del tipo PWR scarica annualmente da 40 a 70 elementi di combustibile, mentre uno di tipo BWR da 120 a 200 (rispettivamente 461.4 e 183.3 Kg di uranio per assembly). 

La permanenza del combustibile dentro il reattore dura tre anni, prima di essere trasferito alle piscine di raffreddamento. Nel processo si generano circa 350 nuclidi differenti, e ben duecento sono radioattivi. Nel micidiale cocktail troviamo: uranio-238 (94%); uranio-235 (1%); plutonio (1%); attinidi minori [Np, Am, Cm] (0,1%); il resto sono prodotti di fissione.

Fra le scorie nucleari il più insidioso è il plutonio, che rimane pericoloso per circa 250mila anni. Gli attinidi perdurano a livelli pericolosi per circa 100mila anni (come dire tremila generazioni di esseri umani). Certi prodotti di fissione, come ad esempio alcuni isotopi dello iodio, del tecnezio e del cesio, sono particolarmente pericolosi per via della loro maggiore mobilità nella biosfera e la conseguente capacità di aderire di più alla nostra biologia (in riferimento alle vie di ritorno per l’uomo).

Per alleggerire il problema dello stoccaggio permanente delle scorie dei reattori nucleari è necessario quindi ridurre la formazione del plutonio e bruciare quello già prodotto.

Rubbia ha proposto un metodo[1] per rendere inerti le scorie radioattive e accorciarne l’emivita tramite il loro bombardamento con neutroni che si ottengono sparando protoni nel piombo fuso. Secondo il fisico italiano «stiamo parlando di ricerca. Dobbiamo studiare, ricercare, capire, ragionare. In circa otto anni potremmo costruire una macchina dimostrativa, e solo dopo si dovrà valutare la possibilità di passare davvero a un impiego commerciale di queste tecnologie. Se la macchina funziona il primo passo del progetto sarà bruciare le scorie che già ci sono.» In che misura? «Anche per l’Italia questo è un problema enorme: 300 tonnellate immagazzinate a Caorso, di cui 3 di plutonio. Che ne facciamo?»


In Europa oggi non ci sono abbastanza depositi di stoccaggio per far fronte alla grande produzione di scorie nucleari. La Croazia sta per diventarne la pattumiera. Il deposito sarà nella miniera d’argento in disuso a Majdan. Intorno, sarebbe automaticamente rischio un territorio di grande interesse naturalistico (tanto che si propone che diventi riserva mondiale con patronato Unesco). La miniera di Majdan però non è un luogo sicuro: il terreno intorno è poroso e ricco di sorgenti. Ed è assai vicina al fiume Una: in caso di contaminazione, gli inquinanti radioattivi sfocerebbero subito dalle sue acque a quelle del fiume Sava, e poi fino al Mar Nero dopo aver attraversato mezza Europa dell’Est. E poi arriverebbero i rifiuti da altri paesi europei. La via della radioattività coinvolgerebbe il Nord Italia e in particolare il Friuli Venezia Giulia.

Le ricerche di Rubbia prendono le mosse da questi problemi, ma senza facili illusioni. Lo sguardo spazia su tutti i campi dello sviluppo energetico. «Non solo il petrolio e gli altri combustibili fossili sono in via di esaurimento; anche l'uranio è destinato a scarseggiare entro 35-40 anni, come del resto l'oro, il platino, il rame. Non possiamo continuare perciò a elaborare piani energetici sulla base di previsioni sbagliate che rischiano di portarci fuori strada». Perciò Rubbia afferma[2]: «Dobbiamo sviluppare la più importante fonte energetica che la natura mette da sempre a nostra disposizione, senza limiti, a costo zero: e cioè il sole che ogni giorno illumina e riscalda la Terra».

Anche laddove l’energia nucleare ha una parte grande nel soddisfare il fabbisogno energetico del paese, come in Francia, resta, come ovunque nel mondo, il problema delle scorie. 

Anche le soluzioni fin qui proposte con il carbone presentano problemi enormi. Che non si risolvono nascondendo e “sequestrando” l'anidride carbonica sotto terra, che dura in media fino a 30 mila anni, contro i 22 mila del plutonio.

«Un impianto per la produzione di energia solare, costruito nel deserto del Nevada su progetto spagnolo costa 200 milioni di dollari, produce 64 megawatt e per realizzarlo occorrono solo 18 mesi. Con 20 impianti di questo genere si produce un terzo dell'elettricità di una centrale nucleare da un gigawatt. E i costi, oggi ancora elevati, si potranno ridurre considerevolmente quando verranno costruiti in gran quantità». 

Secondo Rubbia «noi possiamo sviluppare la tecnologia e costruire impianti di questo genere nelle regioni meridionali o magari in Africa, per trasportare poi l'energia in tutta Italia. Anche gli antichi romani dicevano che l'uva arrivava da Cartagine. Basti pensare che un ipotetico quadrato di specchi, lungo 200 km per ogni lato, potrebbe produrre tutta l'energia necessaria all'intero pianeta. E un'area di queste dimensioni equivale appena allo 0,1% delle zone desertiche del cosiddetto sun-belt. Per rifornire di elettricità un terzo dell'Italia basterebbe un anello solare grande come il raccordo di Roma». 

Mentre i camion scaldano i motori per raggiungere Saluggia, ricordiamo cosa aggiunge Rubbia: «Il sole non è soggetto ai monopoli. E non paga la bolletta.» 


Sino a quando il pianeta Terra consentirà tutto ciò a cui l’uomo accondiscende?

E per quali ragioni i nostri tecno-governi non investono in una ricerca che uno scienziato del calibro di Rubbia ci dice essere percorribile e vantaggiosa per l’umanità?

Ancora una volta verifichiamo come gli interessi finanziari governino il mondo e tengano in ostaggio i popoli, schiacciando anche la ricerca, ma soprattutto costringendo alla fame milioni di persone.


Margherita Furlan
Alternativa FVG
[1] Rubbia propone una variante del sistema ADS – Accelerator Driven System.
[2] Vedi http://www.repubblica.it/2007/03/sezioni/ambiente/energie-pulite/rubbia-solare/rubbia-solare.html
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martedì 30 ottobre 2012

Eurogendfor, la nuova polizia europea con poteri illimitati

Praticamente non ne ha parlato nessuno. Praticamente la ratifica di Camera e Senato è avvenuta all’unanimità. Praticamente stiamo per finire nelle mani di una superpolizia dai poteri pressoché illimitati. Che sulla carta è europea, ma che nei fatti è sotto la supervisione statunitense. Tanto è vero che la sede centrale si trova a Vicenza, la stessa città dove c’è il famigerato Camp Ederle delle truppe USA

Alzi la mano chi sa cos’è il trattato di Velsen. Domanda retorica: nessuno. Eppure in questa piccola città olandese è stato posto in calce un tassello decisivo nel mosaico del nuovo ordine europeo e mondiale. Una tappa del processo di smantellamento della sovranità nazionale, portato avanti di nascosto, nel silenzio tipico dei ladri e delle canaglie. 
Il Trattato Eurogendfor venne firmato a Velsen il 18 ottobre 2007 da Francia, Spagna, Paesi Bassi, Portogallo e Italia. L’acronimo sta per Forza di Gendarmeria Europea (EGF): in sostanza è la futura polizia militare d’Europa. E non solo. Per capire esattamente che cos’è, leggiamone qualche passo. I compiti: «condurre missioni di sicurezza e ordine pubblico; monitorare, svolgere consulenza, guidare e supervisionare le forze di polizia locali nello svolgimento delle loro ordinarie mansioni, ivi comprese l’attività di indagine penale; assolvere a compiti di sorveglianza pubblica, gestione del traffico, controllo delle frontiere e attività generale d’intelligence; svolgere attività investigativa in campo penale, individuare i reati, rintracciare i colpevoli e tradurli davanti alle autorità giudiziarie competenti; proteggere le persone e i beni e mantenere l’ordine in caso di disordini pubblici» (art. 4). Il raggio d’azione: «EUROGENDFOR potrà essere messa a disposizione dell’Unione Europea (UE), delle Nazioni Unite (ONU), dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) e di altre organizzazioni internazionali o coalizioni specifiche» (art. 5). La sede e la cabina di comando: «la forza di polizia multinazionale a statuto militare composta dal Quartier Generale permanente multinazionale, modulare e proiettabile con sede a Vicenza (Italia). Il ruolo e la struttura del QG permanente, nonché il suo coinvolgimento nelle operazioni saranno approvati dal CIMIN – ovvero - l’Alto Comitato Interministeriale. Costituisce l’organo decisionale che governa EUROGENDFOR» (art. 3).

Ricapitolando: la Gendarmeria europea assume tutte le funzioni delle normali forze dell’ordine (carabinieri e polizia), indagini e arresti compresi; la Nato, cioè gli Stati Uniti, avranno voce in capitolo nella sua gestione operativa; il nuovo corpo risponde esclusivamente a un comitato interministeriale, composto dai ministri degli Esteri e della Difesa dei paesi firmatari. In pratica, significa che avremo per le strade poliziotti veri e propri, che non si limitano a missioni militari, sottoposti alla supervisione di un’organizzazione sovranazionale in mano a una potenza extraeuropea cioè gli Usa, e che, come se non bastasse, è svincolata dal controllo del governo e del parlamento nazionali.
Ma non è finita. L’EGF gode di una totale immunità: inviolabili locali, beni e archivi (art. 21 e 22); le comunicazioni non possono essere intercettate (art. 23); i danni a proprietà o persone non possono essere indennizzati (art. 28); i gendarmi non possono essere messi sotto inchiesta dalla giustizia dei paesi ospitanti (art. 29). Come si evince chiaramente, una serie di privilegi inconcepibili in uno Stato di diritto.
Il 14 maggio 2010 la Camera dei Deputati della Repubblica Italiana ratifica l’accordo. Presenti 443, votanti 442, astenuti 1. Hanno votato sì 442: tutti, nessuno escluso. Poco dopo anche il Senato dà il via libera, anche qui all’unanimità. Il 12 giugno il Trattato di Velsen entra in vigore in Italia. La legge di ratifica n° 84 riguarda direttamente l’Arma dei Carabinieri, che verrà assorbita nella Polizia di Stato, e questa degradata a polizia locale di secondo livello. Come  ha fatto notare il giornalista che ha scovato la notizia, il freelance Gianni Lannes (uno con due coglioni così, che per le sue inchieste ora gira con la scorta), non soltanto è una vergogna constatare che i nostri parlamentari sanciscano una palese espropriazione di sovranità senza aver neppure letto i 47 articoli che la attestano, ma anche che sia passata inosservata un’anomalia clamorosa. Il quartiere generale europeo è insediato a Vicenza nella caserma dei carabinieri “Chinotto” fin dal 2006. La ratifica è dell’anno scorso. E a Vicenza da decenni ha sede Camp Ederle, a cui nel 2013 si affiancherà la seconda base statunitense al Dal Molin che è una sede dell’Africom, il comando americano per il quadrante mediterraneo-africano.
La deduzione è quasi ovvia: aver scelto proprio Vicenza sta a significare che la Gestapo europea dipende, e alla luce del sole, dal Pentagono. Ogni 25 Aprile i patetici onanisti della memoria si scannano sul fascismo e sull’antifascismo, mentre oggi serve un’altra Liberazione: da questa Europa e dal suo padrone, gli Stati Uniti.


Alessio Mannino
www.ilribelle.com
28.02.2011

Per gentile concessione de “La Voce del Ribelle”
 fonte:

venerdì 26 ottobre 2012

The Newsroom Diffamazione, emendamento anti-Gabanelli: la norma che potrebbe mettere nei guai Report

Un emendamento Pdl prevede che editore e azienda non possano salvare il giornalista dalle conseguenze civili di una querela per diffamazione

È stata subito chiamato emendamento “anti-Gabanelli” quello inserito tra gli emendamenti sul Ddl che regolamenta la diffamazione a mezzo stampa. Si tratta di un emendamento il cui testo è stato curato dal senatore del Pdl Antonio Caruso e firmato dal senatore Giacomo Caliendo, sempre Pdl. Un Ddl che ha l’obiettivo dichiarato di salvare Alessandro Sallusti, ex direttore di Libero, dal carcere, ma che rischia di mettere in catene tutta la categoria dei giornalisti che i occupano di inchieste.

Il provvedimento mira a eliminare quella che in gergo viene chiamata “manleva”, ovvero rende nulle tutte le clausole che sollevano dalle conseguenze patrimoniali gli autori di reati a mezzo stampa se l’editore o il proprietario della pubblicazione si assume l’onere del danno per la responsabilità civile. In pratica, sarà sempre e comunque il giornalista a doversi fare carico delle conseguenze economiche delle sanzioni (pene e risarcimento danni) in seguito al lavoro svolto. Editori o proprietari delle testate non possono così dare un paracadute ai propri giornalisti. L’emendamento infatti prevede che sono nulle, ai sensi dell’articolo 1418, terzo comma, del Codice civile, le clausole dei contratti in forza delle quali gli autori di reati a mezzo stampa, «sono sollevati in tutto o in parte, dagli oneri derivanti dal pagamento delle pene pecuniarie loro comminate a seguito dell’accollo degli stessi da parte delle altre persone indicate». In un primo momento l’emendamento prevedeva addirittura, in caso di recidiva, il licenziamento per giusta causa del giornalista ma almeno questa parte è stata eliminata dal testo definitivo.

Il caso Gabanelli e non solo. È stata proprio l’autrice e presentatrice di Report al centro di un caso simile quando la Rai, nel 2011, in fase di rinnovo del contratto, voleva eliminare le clausole sulla manleva. Una proposta che Milena Gabanelli valutò come inaccettabile e che, dopo un lungo braccio di ferro, portà al via libera del Cda Rai, su proposta del direttore generale Lorenza Lei alla tutela legale per Report (e quindi non solo per la Gabanelli, ma anche per tutti i giornalisti che lavorano al programma). Un salavagente indispensabile anche per chi, come la giornalista, non ha mai perso una causa.

Un altro caso che ha fatto molto discutere è quello che ha come protagonista un giornalista free lance, Paolo Barnard, autore di inchieste in materia di case farmaceutiche e terrorismo internazionale. A lui e alla Rai è stata intentata una causa da alcune case farmaceutiche oggetto dell’inchiesta “Little Pharma & Big Pharma”, trasmessa da Raitre nel 2001 e riproposta due anni dopo, in cui Barnard si occupava della pratica del “comparaggio farmaceutico”: in questo caso non c’è stato alcun salvataggio da parte dell’azienda e ne ha nato un aspro scontro di cui Bernard parla anche nel libro “Censura legale”.
fonte:

Nel 2020 il sistema anti-missile Nato minaccerà Mosca di G. Tuscin Pubblicato il 26 Ottobre 2012

Il presidente del comitato che, nell'ambito del parlamento russo, la Duma, si occupa della difesa, Vladimir Komoyedov, ha dichiarato che il sistema anti-missile Nato sarà in grado di minacciare Mosca entro il 2020.
Lo schieramento del sistema, infatti, prevede quattro fasi successive, delle quali sono state già completate le prime due, la terza lo sarà entro il 2018 e con la quarta, appunto, i sistemi antimissile navali Aegis saranno in grado di colpire la capitale russa.
Nel 2011, l'allora presidente russo Dmitry Medvedev aveva ammonito che la Russia sarà costretta a dislocare i propri missili Iskander nelle basi di Kaliningrad a ovest e di Krasnodar a sud, nel caso in cui gli Usa proseguano nello sviluppo di questo programma, il cui schieramento di avvicina sempre più al cuore politico della Russia.
Komoydov ha ora affermato che la Russia possiede tutte le necessarie risorse tecnologiche per fare fronte a questa minaccia.

fonte: clarissa.

sabato 20 ottobre 2012

Gli Usa creano una forza di elite libica anti-islamica di A.T.

Pubblicato il 18 Ottobre 2012

Le conseguenze dell'uccisione dell'ambasciatore J. Christopher Stevens e di tre funzionari nell'attacco all'ambasciata Usa a Bengasi non si sono fatte attendere.
Secondo un memorandum interno del Dipartimento di Stato, datato 8 settembre, afferma il New York Times, gli Stati Uniti sarebbero intenzionati ad addestrare una forza di elite libica di circa cinquecento uomini, specializzata in operazioni anti-terrorismo contro gli integralisti islamici, utilizzando 8 milioni di dollari inizialmente destinati ad operazioni delle forze anti-terrorismo Usa in Pakistan. Saranno infatti gli uomini delle Forze Speciali americane a farsi carico dell'addestramento di questa unità, come già hanno fatto in Pakistan e nello Yemen.
Sono misure che dimostrano il livello di polverizzazione del tessuto socio-politico libico dopo la campagna anti-Gheddafi voluta dal presidente francese Sarkozy, che lascia il Paese nordafricano in una condizione di non-Stato, della quale ovviamente possono approfittare tutte le forze interessate a destabilizzare da un lato il mondo arabo-musulmano e dall'altro l'Africa centro-settentrionale.
La questione è di rilevante importanza per l'Italia, dato che le forze Usa di stanza nel nostro Paese vengono proprio in questi mesi riorganizzate appositamente per il teatro africano. Lo dimostrano le notizie sulla creazione, nella sede dell'ex Pluto Site di Longare presso Vicenza, dove dovrebbe sorgere un centro di addestramento simulato inter-forze gestito proprio dall'U.S. Army Africa, la componente terrestre dello U.S. Africom, il comando strategico nordamericano che da pochi anni ha "preso in carico" le operazioni nel continente africano.
A Longare è di stanza, fra l'altro, la 173a brigata aviotrasportata Usa, unità altamente specializzata Usa, con un curriculum di tutto rispetto nella II Guerra Mondiale e in Vietnam, ricostituita nel 2000, nella fase delle riorganizzazione dell'apparato bellico americano seguito alla nuova strategia di impegno diretto in Medio Oriente, dove infatti la brigata è stata impiegata, in Iraq nel 2003 e in Afghanistan dal 2005 al 2010, nella campagna Enduring Freedom.
Non si può nemmeno escludere, vista la fama lusinghiera di cui godono a livello internazionale, che in questo lavoro sia coinvolto anche il COESPU, il centro d'eccellenza per le forze di polizia estere creato dall'Arma dei Carabinieri a Vicenza, nella Caserma "Chinotto".

fonte:clarissa.

venerdì 19 ottobre 2012

Argomenti che Obama e Romney evitano

di Noam Chomsky - znetitaly.
Quando lo spettacolo quadriennale delle elezioni arriva al culmine, è utile chiedersi come le campagne di propaganda  politica trattano dei problemi  cruciali  che dobbiamo affrontare. La risposta semplice è: male o  per nulla. Se è così, sorgono alcune importanti domande: perché, e che cosa possiamo fare a riguardo?


Ci sono due argomenti di importanza assoluta, perché è in gioco il destino della  nostra specie: il disastro ambientale e la guerra nucleare.

Il primo appare regolarmente sulle prime pagine dei giornali. Il 19 settembre, per esempio, Justin Gillis ha scritto sul New York Times che lo scioglimento del ghiaccio del Mare Artico si era fermato per un anno, “ma non prima aver demolito il record precedente – e aver lanciato nuovi avvertimenti sul rapido ritmo dei cambiamento nella regione.”
Lo scioglimento è molto più veloce di quanto previsto da sofisticati modelli informatici e dal più recente rapporto dell’ONU sul riscaldamento globale. Nuovi dati indicano che il ghiaccio estivo potrebbe sparire entro il 2020, con gravi conseguenze. In base a stime precedenti il ghiaccio estivo dovrebbe scomparire nel 2050.
“I governi  hanno però reagito al cambiamento senza molta urgenza riguardo alla limitazione delle emissioni dei gas serra,” scrive Gillis. “Al contrario, la loro reazione principale è stata quelle di pianificare lo sfruttamento di minerali di recente accessibili nel Artico, e anche le trivellazioni per cercare altro petrolio” – cioè accelerare la catastrofe.
Questa reazione dimostra una straordinaria disponibilità a sacrificare la vita dei nostri figli e nipoti, per un guadagno temporaneo. O, forse, una disponibilità ugualmente notevole a chiudere gli occhi in modo da non vedere il pericolo incombente.
Non è certo tutto. Un nuovo studio del  Monitoraggio della vulnerabilità climatica (Climate Vulnerability Monitor), ha trovato che “i cambiamenti climatici causati dal riscaldamento globale stanno rallentando la produzione economica mondiale del 1,6 % all’anno e porteranno al raddoppiamento dei costi nei prossimi venti anni.” Lo studio è stato ampiamente diffuso altrove, ma agli Americani sono  state risparmiate questa  notizie inquietanti.
Le piattaforme ufficiali democratiche e repubblicane in materia di clima sono esaminate nel numero di settembre della rivista Science. In un raro caso di accordo bipartitico, entrambi i partiti esigono  che si peggiori il problema.
Nel 2008, entrambe le piattaforme dei partiti, hanno dedicato una certa attenzione al modo in cui il governo dovrebbe occuparsi del cambiamento climatico. Oggi l’argomento è quasi sparito dalla piattaforma del partito repubblicano che, tuttavia, richiede che il Congresso “agisca in fretta” per evitare che l’Agenzia per la protezione ambientale, istituita dall’ex presidente repubblicano Richard Nixon, in tempi più saggi, regoli i gas serra. E dobbiamo aprire la zona protetta denominata Arctic Refuge, in Alaska alle trivellazioni per “trarre vantaggio  da tutte le risorse americane che Dio ci ha concesso.” Dopo tutto, non  possiamo disobbedire al Signore.
La piattaforma afferma anche che “Dobbiamo ripristinare l’integrità scientifica per la nostre istituzioni pubbliche per la  ricerca e eliminare gli incentivi politici dalla ricerca sovvenzionata con fondi pubblici – parole in codice per “scienza del clima”.
Il candidato repubblicano Mitt Romney, cercando di evitare il marchio di infamia  a causa di ciò che aveva capito pochi anni fa riguardo al cambiamento di clima, ha dichiarato che non c’è consenso scientifico, quindi dovremmo appoggiare più dibattiti e ricerche – ma non l’azione, eccetto nel caso che vogliamo rendere più gravi i problemi.
I Democratici nella loro piattaforma dicono che c’è un problema, e raccomandano che dovremmo lavorare “per arrivare a un accordo per stabilire i limiti delle emissioni, di comune accordo con altre  potenze emergenti.” Ma questo è quanto.
Il presidente Barack Obama ha messo in risalto che dobbiamo guadagnare 100 anni di indipendenza energetica sfruttando le fratturazioni * e altre nuove tecnologie – senza chiederci come sarebbe il mondo dopo un secolo di queste pratiche.
Ci sono quindi delle differenze tra i partiti: riguardano il tipo di entusiasmo con il quale i pecoroni  dovrebbero marciare verso il precipizio.
Anche il secondo problema, la guerra nucleare, è sulle prime pagine  ogni giorno, ma in un modo che stupirebbe   un marziano che osserva gli strani eventi sulla terra.
L’attuale minaccia è ancora in Medio Oriente, in modo particolare in Iran – almeno secondo l’Occidente, cioè. In Medio Oriente, gli Stai Uniti e Israele sono considerati minacce molto più grandi.
Al contrario dell’Iran, Israele si rifiuta di permettere ispezioni o di firmare il  Trattato di non proliferazione nucleare. Ha centinaia di armi nucleari e di sistemi avanzati per il loro impiego,   e un lungo curriculum di violenze, aggressioni e illegalità, grazie all’incessante appoggio americano. I servizi segreti degli Stati Uniti non sanno se l’Iran stia cercando di  mettere a punto armi nucleari.
Nel suo più recente rapporto, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica dice che non può dimostrare “l’assenza di materiale e di attività  nucleari non dichiarati  in Iran” – un modo indiretto di condannare l’Iran, come richiedono gli Stati Uniti, mentre nello stesso tempo ammette che l’agenzia non può aggiungere nulla alle conclusioni dei servizi segreti statunitensi.
All’Iran quindi si deve negare il diritto di arricchire l’uranio che è garantito dal NPT e approvato dalla maggior  parte del mondo, compresi i paesi non allineati che si sono appena incontrati a Tehran.
Il problema della possibilità che l’Iran possa mettere a punto armi nucleari  si presenta   nella campagna elettorale. (Il fatto che Israele le abbia già non compare). Ci sono due posizioni contrapposte: gli Stati Uniti dovrebbero dichiarare che attaccheranno se l’Iran riesce raggiungere  la capacità di mettere a punto armi nucleari, che hanno tante nazioni? Oppure Washington dovrebbe mantenere più indefinita la “linea rossa”?
La seconda posizione è quella della Casa Bianca; la prima è richiesta dai falchi di Israele ed è accettata dal Congresso. Il Senato ha appena votato con 90 voti a 1 per appoggiare la posizione di Israele.
Dal dibattito è assente la scelta dell’ovvia maniera di mitigare o di mettere fine a qualsiasi minaccia si ipotizzi possa presentare l’Iran: istituire una zona priva di armi nucleari nella regione. L’occasione è disponibile facilmente: si deve convocare una conferenza internazionale tra pochi mesi per perseguire questo obiettivo, appoggiata da quasi tutto il mondo, compresa una maggioranza di Israeliani.
Il governo di Israele, tuttavia, ha annunciato che non parteciperà fino a quando non ci sia un accordo generale di pace nella regione, il che è irrealizzabile fino a quando Israele persiste nelle sue attività illegali nei territori palestinesi occupati. Washington resta sulla stessa posizione, e insiste che Israele deve essere esclusa da qualsiasi accordo regionale di questo tipo.
Potremmo andare verso una guerra devastante, forse perfino nucleare. Esistono modi  diretti  per superare questa minaccia  ma non verranno adottati a meno che non ci sia un attivismo pubblico su larga scala che richieda di perseguire questa occasione. A sua volta anche questo è altamente improbabile fino a quando queste questioni rimangono escluse dal programma, non soltanto nel circo elettorale, ma anche sui mezzi di informazione e in nell’ambito di un più vasto dibattito nazionale.
Le elezioni vengono gestite dall’industria  delle pubbliche relazioni, il cui compito primario è la pubblicità commerciale, che è progettata per indebolire i mercati creando consumatori non informati che faranno scelte irrazionali – l’esatto opposto di come si ipotizza che funzionino i mercati, ma certamente noto a chiunque abbia guardato la televisione.
E’ del tutto naturale, che quando viene assunta per gestire le elezioni, l’industria adotti le stesse procedure nell’interesse dei padroni, che certamente non vogliono vedere cittadini informati che fanno scelte razionali.
Le vittime, tuttavia, non devono ubbidire, in entrambi i casi.  La passività può essere la direzione facile,  ma non è certo quella giusta.

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