Sabato 15 Dicembre, 2012
CORRIERE DELLA SERA
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Gelati, lecca-lecca, iPad Le spese caricate sul bilancio «Pagata una festa di nozze»
MILANO
— Senza regole e, più ancora, senza stile. L'assalto alle note spese
rimborsate «per il funzionamento dei gruppi» del consiglio della Regione
Lombardia, infatti, visto con le lenti degli scontrini costati ieri 22
inviti a comparire per peculato ad altrettanti consiglieri di Pdl e
Lega, nemmeno pulsa della ribalda "nobiltà" di illustri predecessori che
nel Lazio si erano fatti la villa o avevano acquistato il Suv con i
soldi dei cittadini: qui al Pirellone c'è solo gente che, pur
guadagnando almeno 9.000 euro netti al mese di stipendio comprensivo di
diaria, e pur essendo già dotata di telefoni e computer gratis, con gli
ulteriori fondi pubblici «per il funzionamento del gruppo consiliare» si
fa rimborsare il cono gelato da 1 euro e 50, il lecca-lecca,
l'ovetto-Kinder e una clessidra; compra la salsiccia dal macellaio, va
dal panettiere, segna uno dietro l'altro a distanza di pochi minuti i
caffè con brioche da 1 euro e 60 al bar, beve una birra al pub; acquista
in tabaccheria blocchi di «gratta e vinci», mette in lista un farmaco e
il relativo ticket da 21 euro, e a Capodanno accolla ai contribuenti i
fuochi d'artificio.
Tartufi e ostriche
Perfino le trasgressioni culinarie sono un po' da
filmetto di serie B. Come nei «due coperti» da 127 euro di ostriche
rimborsati al leghista Pierluigi Toscani. O come il pasto al ristorante
«il Baretto al Baglioni» il 23 ottobre 2010 che l'ex presidente leghista
del consiglio regionale Davide Boni qualifica «spesa di rappresentanza»
nei «rapporti consiglio-giunta e nuova sede con il Sottosegretario Expo
2015», consumando 30 grammi di tartufo per 180 euro su 644 di conto. Il
tartufo deve essere una passione: Giorgio Pozzi si fa rimborsare una
cena «con rappresentanti dell'imprenditoria locale» il 23 dicembre 2010
sempre al «Baretto» dove, su un conto di 3.320 euro, 200 sono di vini,
400 di champagne e ben 882 di tartufi in un «privé» il cui utilizzo
costa da solo 150 euro.
Sushi e ospitalità
Quando a saldare i conti è indirettamente il
contribuente, diventa più facile largheggiare in generosità: sempre
Pozzi, ad esempio, ottiene il rimborso di 5.500 euro spesi al ristorante
«Il Gatto Nero» di Cernobbio il 30 luglio 2010 per una «cena
istituzionale con operatori e imprenditori locali» offerta a 55 persone.
Alessandro Colucci oscilla invece tra gli arancini da 5 euro e il sushi
da 127 euro per due coperti al ristorante «Nobu Armani».
I taxi, il Natale, Parigi
Del resto la madre di tutte le ambiguità è
il concetto in sé di «materiale di rappresentanza», tipo quello che Boni
compra per 11.164 euro a Napoli tra il 28 e il 30 dicembre 2010: 75
cravatte in seta, 3 sciarpe in cashmere, 7 foulard in seta. Per
definizione, nulla è più di «rappresentanza» come le colazioni e le cene
al ristorante, che insieme a una marea di taxi sono la voce più
ricorrente e corposa nei rimborsi ritenuti dubbi dagli uomini della GdF
milanese che con i pm Robledo-Filippini-D'Alessio già avevano indagato
sul finanziamento pubblico alla Lega e prima ancora sui derivati del
Comune di Milano. L'ex assessore Buscemi, ad esempio, al ristorante
milanese «A Riccione» sostiene «spese di rappresentanza» per 380 euro
proprio alla viglia di Natale, 24 dicembre 2009, e per 695 euro proprio
l'ultimo dell'anno, 31 dicembre 2009.
Altre volte Buscemi qualifica come «spese di rappresentanza» il ritiro
di pietanze da asporto presso ristoranti giapponesi e cinesi. E quando
un evento legato all'Expo propizia un soggiorno istituzionale a Parigi,
all'«Hotel Park Hyatt» paga 638 euro con carta di credito della Regione
anche se dalla fattura dell'albergo sembrerebbe che i servizi ricettivi
siano stati offerti a «2 persone».
Matrimonio
Tante cose potranno forse essere chiarite, e certo ce n'è
parecchie da mettere a fuoco. Il capogruppo leghista Stefano Galli, ad
esempio, che il 5 marzo 2009 mette in lista 8 euro per la ricarica di
una penna, sostiene il 16 giugno 2010 al Ristorante «Toscano» una
asserita spesa «di funzionamento» del gruppo anche se il ristoratore,
interrogato come teste, ha affermato che quella spesa, 6.180 euro per
103 coperti, riguardava di certo un matrimonio.
Ovetti e Mignottocrazia
L'orizzonte degli scontrini è il più vario.
Alessandro Marelli, pur non disdegnando di acquistare pc e cellulari,
esibisce 4 euro per una birra spina media al pub e 9,90 euro per un
tubetto di ovetti Kinder con sorpresa, e si fa rimborsare le sigarette e
persino i coni gelato come Pierluigi Toscani, che non manca 752 euro di
cartucce e non disdegna i tagliandi «win for live». Nicole Minetti
sceglie invece di spaziare dagli 899 euro per l'iPhone5 ai 27 euro per
«barattoli di sabbia in vetro giallo», dagli 832 auro di «consumazioni»
all'Hotel Principe di Savoia ai pochi euro per una crema da viso. Ed è
al gruppo consiliare pdl che l'imputata nel processo Ruby accolla i 16
euro spesi per comprare il libro «Mignottocrazia» scritto da Paolo
Guzzanti.
«Si può vivere così?»
Ciascuno ha le sue predilezioni. Angelo
Giammario (114mila euro contestati sul 2008-2012, più di lui solo il
capogruppo pdl Paolo Valentini con 118.000) suole affittare un'auto con
conducente da Basiglio a Milano. Cesare Bossetti, intestatario del
rimborso della tazzina di caffè al bar come del farmaco da 21 euro,
ricorre alle spese di funzionamento del gruppo per 14 cornici per 672
euro il 2 agosto 2010, e per altre 8 cornici il 7 luglio per 384 euro.
Giulio Boscagli, il cognato di Formigoni, compra tre iPad per 2.626
euro. E mentre Roberto Pedretti si fa rimborsare 960 euro per un
ingrandimento fotografico, per il suo collega Marcello Raimondi, che
attinge spesso ai soldi pubblici per il rifornimento di carburante, l'1
marzo 2008 è invece giorno di acquisti tecnologici: una macchina
fotografica da 520 euro, una telecamera da 230, un proiettore da 720, un
computer da 1.390. Ma una decina di giorni dopo si dà anche ai libri.
Titolo: «Si può vivere così?».
Luigi Ferrarella
lferrarella@corriere.it
Giuseppe Guastella
gguastella@corriere.it
IL CORRIERE DELLA SERA
lunedì 17 dicembre 2012
giovedì 13 dicembre 2012
Putin dichiara guerra alle ricchezze «offshore»
«Essere un patriota vuol dire per prima cosa servire nel proprio Paese».
Nel discorso annuale alla Nazione - il primo dal ritorno alla
presidenza - Vladimir Putin
ha citato ieri Aleksandr Solzhenitsyn, per poi aggiungere: «Spesso i
nostri imprenditori sono accusati di mancanza di patriottismo».
La campagna contro l'abitudine di aziende, funzionari pubblici e uomini d'affari di mantenere all'estero denaro, proprietà immobiliari e azioni è stata al centro dell'intervento di Putin, 80 minuti nella grande Sala di San Giorgio al Cremlino davanti ai deputati delle due Camere riunite e alle massime autorità del Paese. Che lo hanno applaudito così calorosamente da costringerlo a interrompersi: «Aspettate, magari questo non vi piacerà», ha ironizzato Putin. Illustrando la legge che obbligherà i funzionari di Stato - presidente compreso - a dichiarare le proprietà all'estero, e la provenienza dei redditi che ne hanno reso possibile l'acquisto. Verranno imposti limiti su conti bancari e titoli detenuti fuori dalla Russia. Quella che il presidente ha chiamato "de-offshorizzazione" dell'economia potrebbe riportare nelle casse dello Stato - forse anche grazie a un'amnistia - mille miliardi di dollari: ed è questo il filo conduttore del discorso, la necessità urgente di ridare fiato, capitali e investimenti a un'economia che ha ormai ristretti margini di crescita se continua ad affidarsi prevalentemente al settore energetico. Putin, rieletto per sei anni ma forse deciso anche a raddoppiare con un secondo mandato nel 2018, ha bisogno di diffondere benessere per poter stabilizzare il proprio regno.
Ma così come i propositi di lotta alla corruzione - difficili da mettere in pratica perché coinvolgono le stesse persone che dovrebbero farli rispettare - anche il resto del discorso di Putin sembra un elenco di buone intenzioni, ma non nuove e difficilmente realizzabili per decreto. Alla Russia, ha detto il presidente, servirebbe un tasso di crescita tra il 5 e il 6%, lontano dal 3,5% stimato per quest'anno. Putin ha parlato di privatizzazioni e dell'urgenza di modernizzare l'economia riducendone la dipendenza da gas e petrolio, ma il suo avvertimento sul capitalismo di Stato veniva pronunciato proprio mentre Rosneft, la compagnia pubblica divenuta ormai primo produttore di petrolio al mondo, completava l'acquisizione della joint-venture Tnk-Bp. È per ordine del presidente che il Governo dovrà trovare il modo di rilanciare gli investimenti nelle infrastrutture e creare entro il 2020 25 milioni di posti di lavoro.
È la strada scelta da Putin per non perdere consensi. L'altra, quella del dialogo con le opposizioni, sembra preclusa. A un anno dalle prime proteste contro il suo ritorno al Cremlino, il presidente russo è tornato ad attaccare le organizzazioni sostenute da finanziamenti stranieri: «Le ingerenze dall'estero sui nostri affari interni sono inaccettabili», ha scandito Putin esaltando i valori spirituali e patriottici che danno vita all'anima russa. Poco dopo, il Comune di Mosca negava all'opposizione il permesso di organizzare una nuova marcia di protesta, chiesta per sabato prossimo.
fonte:
La campagna contro l'abitudine di aziende, funzionari pubblici e uomini d'affari di mantenere all'estero denaro, proprietà immobiliari e azioni è stata al centro dell'intervento di Putin, 80 minuti nella grande Sala di San Giorgio al Cremlino davanti ai deputati delle due Camere riunite e alle massime autorità del Paese. Che lo hanno applaudito così calorosamente da costringerlo a interrompersi: «Aspettate, magari questo non vi piacerà», ha ironizzato Putin. Illustrando la legge che obbligherà i funzionari di Stato - presidente compreso - a dichiarare le proprietà all'estero, e la provenienza dei redditi che ne hanno reso possibile l'acquisto. Verranno imposti limiti su conti bancari e titoli detenuti fuori dalla Russia. Quella che il presidente ha chiamato "de-offshorizzazione" dell'economia potrebbe riportare nelle casse dello Stato - forse anche grazie a un'amnistia - mille miliardi di dollari: ed è questo il filo conduttore del discorso, la necessità urgente di ridare fiato, capitali e investimenti a un'economia che ha ormai ristretti margini di crescita se continua ad affidarsi prevalentemente al settore energetico. Putin, rieletto per sei anni ma forse deciso anche a raddoppiare con un secondo mandato nel 2018, ha bisogno di diffondere benessere per poter stabilizzare il proprio regno.
Ma così come i propositi di lotta alla corruzione - difficili da mettere in pratica perché coinvolgono le stesse persone che dovrebbero farli rispettare - anche il resto del discorso di Putin sembra un elenco di buone intenzioni, ma non nuove e difficilmente realizzabili per decreto. Alla Russia, ha detto il presidente, servirebbe un tasso di crescita tra il 5 e il 6%, lontano dal 3,5% stimato per quest'anno. Putin ha parlato di privatizzazioni e dell'urgenza di modernizzare l'economia riducendone la dipendenza da gas e petrolio, ma il suo avvertimento sul capitalismo di Stato veniva pronunciato proprio mentre Rosneft, la compagnia pubblica divenuta ormai primo produttore di petrolio al mondo, completava l'acquisizione della joint-venture Tnk-Bp. È per ordine del presidente che il Governo dovrà trovare il modo di rilanciare gli investimenti nelle infrastrutture e creare entro il 2020 25 milioni di posti di lavoro.
È la strada scelta da Putin per non perdere consensi. L'altra, quella del dialogo con le opposizioni, sembra preclusa. A un anno dalle prime proteste contro il suo ritorno al Cremlino, il presidente russo è tornato ad attaccare le organizzazioni sostenute da finanziamenti stranieri: «Le ingerenze dall'estero sui nostri affari interni sono inaccettabili», ha scandito Putin esaltando i valori spirituali e patriottici che danno vita all'anima russa. Poco dopo, il Comune di Mosca negava all'opposizione il permesso di organizzare una nuova marcia di protesta, chiesta per sabato prossimo.
fonte:
sabato 8 dicembre 2012
Alternativa scrive all'ambasciatore palestinese
Caro amico Ambasciatore,
desidero
con questo messaggio e Suo tramite, far pervenire a tutto il popolo
palestinese la nostra fraterna solidarietà per la recente deliberazione
dell’ONU che, a grande maggioranza, ha dichiarato la Palestina suo membro osservatore.
Sappiamo che questo è solo un passo,della lotta lunga e gloriosa che
porterà la Palestina – liberatasi finalmente dalla illegale e crudele
occupazione militare dello Stato d’Israele – ad avere il suo posto nel
mondo, quale Stato sovrano, libero e indipendente entro i confini
riconosciuti dalle stesse Nazioni Unite e con capitale Gerusalemme – est.
Riteniamo
comunque che questo riconoscimento ufficiale dell’ONU, consentirà
all’Autorità Nazionale Palestinese di portare davanti agli organismi
internazionali i suoi irrinunciabili diritti e a denunciare, avanti i
competenti organi di Giustizia internazionale, i crimini di guerra e
contro l’inerme popolazione palestinese, compiuti dal governo sionista e
razzista d’Israele, con l’esplicito sostegno dell’imperialismo USA.
Alternativa – laboratorio politico è una piccola forza che si colloca nel campo di opposizione all’establishment
italiano ed internazionale, che tuttavia guarda lontano e si batte per
una nuova architettura internazionale basata sul rispetto dei diritti
fondamentali di tutti, singoli e stati, all’esistenza a parità di
condizioni e si oppone fermamente alla guerra, comunque denominata, e
alla partecipazione dell’Italia a qualsiasi azione militare fuori dai
propri confini sotto qualsiasi ombrello, in primis la NATO,
vecchio rottame della guerra fredda, di cui si serve la politica
aggressiva americana per imporre un ordine mondiale, ormai fuori da ogni
realtà storica e geopolitica.
Rinnovo,
a nome di tutti i militanti di Alternativa, il nostro impegno
incrollabile al vostro fianco, per l’affermazione definitiva dei vostri
diritti e fino alla vittoria finale.
Giulietto Chiesa, Presidente di Alternativa - Laboratorio politico.
venerdì 30 novembre 2012
È etico pagare il debito?
di Alex Zanotelli - il dialogo
E quindi non
si dovevano pagare! “È immorale per noi paesi impoveriti pagare il
debito,” -così affermava Nyerere, il ‘padre della patria‘ della
Tanzania, in una conferenza che ho ascoltato nel 1989 a Nairobi (Kenya).
“Quel debito - spiegava Nyerere - non lo pagava il governo della
Tanzania, ma il popolo tanzaniano con mancanza di scuole e ospedali.” La
nota economista inglese N.Hertz nel suo studio Pianeta in debito, affermava che buona parte del debito del Sud del mondo era illegittimo e odioso.
Perché abbiamo ora paura di applicare gli stessi parametri al debito della Grecia o dell’Italia?
Nel 1980, il debito pubblico italiano era di 114 miliardi di euro, nel
1996 era salito a 1.150 miliardi di euro ed oggi a quasi duemila
miliardi di euro. “Dal 1980 ad oggi gli interessi sul debito - afferma F.Gesualdi
- hanno richiesto un esborso in interesse pari a 2.141 miliardi di
euro!” Lo stesso è avvenuto nel Sud del mondo. Dal 1999 al 2004 i paesi
del Sud hanno rimborsato in media 81 miliardi di dollari in più di
quanto non ne avessero ricevuto sotto forma di nuovi prestiti.
È la finanziarizzazione dell’economia che ha creato quella ‘bolla finanziaria’ dell’ attuale crisi.
Una crisi scoppiata nel 2007-08 negli USA con il fallimento delle
grandi banche, dalla Goldman Sachs alla Lehman Brothers, e poi si è
diffusa in Europa attraverso le banche tedesche che ne sono state i veri
agenti, imponendola a paesi come l’Irlanda, la Grecia…”Quello che è
successo dal 2008 ad oggi - ha scritto l’economista americano James
Galbraith - è la più gigantesca truffa della storia.”
Purtroppo la
colpa di questa truffa delle banche è stata addossata al debito pubblico
dei governi allo scopo di imporci politiche di austerità e conseguente
svendita del patrimonio pubblico. Queste politiche sono state
imposte all’Unione Europea dal ‘Fiscal Compact’ o Patto Fiscale, firmato
il 2 marzo 2012 da 25 dei 27 capi di Stato della UE. Con il
Fiscal Compact si rendono permanenti i piani di austerità che mirano a
tagliare salari, stipendi, pensioni, a intaccare il diritto al lavoro, a
privatizzare i beni comuni. Per di più impone il pareggio in bilancio
negli ordinamenti nazionali. I governi nazionali dovranno così attuare,
nelle politiche di bilancio, le decisioni del Consiglio Europeo, della
Commissione Europea e soprattutto della Banca Centrale Europea(BCE) che
diventa così il vero potere ’politico’ della UE. Il potere passa così nelle mani delle banche e dei mercati. La democrazia è cancellata.
L’ ha affermato la stessa Merkel: ”La democrazia deve essere in accordo
con il mercato”. Siamo in piena dittatura delle banche.
È
il potere finanziario che ha imposto come presidente della BCE, Mario
Draghi, già vicepresidente della Goldman Sachs, (fallita nel 2008!) e a
capo del governo italiano Mario Monti, consulente della Goldman Sachs e
Coca-Cola, nonché membro nei consigli di amministrazione di Generali e
Fiat. (Monti fa parte anche della Trilaterale e del Club Bilderberg). Nel governo Monti poi molti dei ministri siedono nei consigli di amministrazione dei principali gruppi di affari della Penisola:
Passera, ministro dello Sviluppo Economico, è amministratore delegato
di Intesa San Paolo; Fornero, ministro del lavoro, è vicepresidente di
Intesa San Paolo; F. Profumo, ministro dell’istruzione è amministratore
di Unicredit Private Bank e di Telecom Italia; P.Gnudi, ministro del
Turismo, è amministratore di Unicredit Group; Piero Giarda, incaricato
dei Rapporti con il Parlamento, è vicedirettore del Banco Popolare e
amministratore di Pirelli. Altro che ‘governo tecnico’: è la dittatura della finanza!
Infatti sotto
la spinta di questo governo delle banche, il Parlamento italiano ha
votato il ‘Patto Fiscale’, il Trattato UE che impone di ridurre il
debito pubblico al 60% del PIL in vent’anni. Così dal 2013 al
2032, i governi italiani, di destra o sinistra che siano, dovranno fare
manovre economiche di 47-48 miliardi di euro all’anno, per ripagare il
debito. “Noi italiani siamo polli in una macchina infernale -
commenta giustamente F.Gesualdi - messa a punto dall’oligarchia
finanziaria per derubarci dei nostri soldi con la complicità della
politica”. E ancora più incredibile è il fatto che sia stato proprio il
Parlamento, massima istituzione della democrazia, a mettere il sigillo
“a una interpretazione del tutto errata della crisi finanziaria,
ponendola nell’eccesso di spesa dello Stato, soprattutto della spesa
sociale - così pensa L. Gallino. La crisi, nata dalle banche, è stata mascherata da crisi del debito pubblico”.
Il
problema non è il debito pubblico (anche se bisogna riflettere per
capire perché siamo arrivati a tali cifre!), ma il salvataggio delle
banche europee che ci è costato almeno 4mila miliardi di dollari, a
detta dello stesso presidente della UE, Barroso (Sembra che il
salvataggio delle ‘banche americane’ fatto da Obama sia costato su
14mila miliardi di dollari!) .
È
chiaro che non possiamo accettare né il Patto fiscale della UE, né la
sua ratifica fatta dal Parlamento italiano, né la modifica
costituzionale dell’articolo 81, perché a pagarne le spese sarà il
popolo italiano.
C’è in Europa una nazione che ha scelto un’altra strada: l’Islanda.
La nostra stampa non ne parla. L’Islanda pittosto che salvare le banche
(non avrebbe neanche potuto farlo, dato che i suoi debiti si erano
gonfiati fino a dieci volte del suo PIL!), ha garantito i depositi
bancari della gente ed ha lasciato il suo sistema bancario fallire,
lasciando l’onere ai creditori del settore piuttosto che ai
contribuenti. E la tutela del sistema di welfare, come scudo contro la
miseria per i disoccupati, ha contribuito a riportare la nazione dal
collasso economico verso la guarigione. È vero che l’Islanda è un
piccolo paese ma può aiutarci a trovare una strada per tentare di uscire
dalla dittatura delle banche
Per questo suggeriamo alcune piste per una seria riflessione e conseguente azione:
- Richiesta di una moratoria per il pagamento del debito pubblico;
- Indagine popolare (audit) sulla formazione del nostro debito pubblico allo scopo di annullare la parte illegittima, rifiutando di pagare i debiti ‘odiosi’ o ‘illegittimi’, come ha fatto l’Ecuador di R. Correa nel 2007;
- Sospensione dei piani di austerità che, oltre essere ingiusti, fanno aumentare la crisi;
- Divieto di transazioni finanziarie con i paradisi fiscali e lotta alla massiccia evasione fiscale delle grandi imprese e degli straricchi;
- Messa al bando dei ‘pacchetti tossici’ e della speculazione finanziaria sul cibo;
- Divisione delle banche ‘troppo grandi per fallire’ in entità più controllabili, imponendo una chiara distinzione tra banche commerciali e banche di investimento;
- Apertura di banche di credito totalmente pubbliche,
- Imposizione di una tassa sulle transazioni finanziarie per la ‘tracciabilità’ dei trasferimenti e un’altra sui grandi patrimoni;
- Rifondazione della BCE riportandola sotto controllo politico (democratizzazione), consentendole di effettuare prestiti direttamente ai governi europei a tassi di interesse molto bassi.
Sono solo dei suggerimenti per preparare un piano serio ed efficace per uscire dalla dittatura delle banche.
Per
chi è interessato alle campagne in atto per un’altra uscita dal debito,
consulti: smonta il debito, www.cnms.it.; rivolta il debito,
www.rivoltaildebito.it; no debito, www.nodebito.it.
Se
ci impegniamo, partendo dal basso e mettendoci in rete, a livello
italiano ed europeo, il nuovo può fiorire anche nel vecchio Continente.
Da parte mia rifiuto di accettare un Sistema di Apartheid mondiale dove il 20% della popolazione mondiale consuma l’80% delle risorse:
un pianeta con un miliardo di obesi tra i ricchi, e un miliardo di
affamati tra gli impoveriti, e dove ogni minuto si spendono tre milioni
di dollari in armamenti e nello stesso minuto muoiono per fame la morte
di quindici bambini.
Il
mercato, la dittatura della finanza si trasformano allora “in armi di
distruzione di massa”, dice giustamente J. Stiglitz, premio Nobel
dell’economia. “Il potere economico-finanziario lascia morire - afferma F. Hinkelammert - e il potere politico esegue…. Entrambi sono assassini.”
Diamoci da fare perché vinca invece la vita!
Alex Zanotelli
Napoli, 18 novembre 2012
.
lunedì 26 novembre 2012
Robot in guerra: troppe vittime civili con le armi “intelligenti” e i droni
La denuncia di Human Rights Watch in uno studio realizzato con l’Università di Harvard secondo cui l’introduzione di mezzi militari dotati di intelligenza artificiale mette a rischio l’incolumità dei civili e viola la Convenzione di Ginevra
di Marco Schiaffino | 25 novembre 2012
Più informazioni su: Droni, Gaza, Guerra, Human Rights Watch, Israele, Striscia di Gaza, Usa.
Dall’Afghanistan ai territori occupati in Palestina, l’utilizzo dei droni (velivoli senza pilota, ndr) per eseguire attacchi “mirati” è una pratica costante, così come lo è il conto delle vittime civili coinvolte negli attacchi portati dagli aerei comandati a distanza. Nel futuro lo scenario potrebbe però peggiorare, con l’utilizzo di armi completamente autonome in grado di portare a termine gli attacchi senza l’intervento umano o addirittura capaci di decidere quando e come agire sul campo di battaglia.
A denunciare il rischio della “disumanizzazione della guerra” è un rapporto pubblicato da Human Rights Watch, intitolato ‘Losing Humanity’. Il rapporto, realizzato in collaborazione con un gruppo di studio della School of Law dell’Università di Harvard, affronta la questione dei cosiddetti “robot da guerra” chiedendo che ne sia immediatamente proibito lo sviluppo. Uno scenario fantascientifico? Per niente. La realizzazione di armi da guerra robotiche completamente autonome, infatti, è una possibilità che si potrebbe concretizzare nel giro di 15 anni. Uno scenario che i vertici militari vedono come “auspicabile”, ma che preoccupa gli attivisti per i diritti civili. Per quanto evoluta, denunciano nello studio, una macchina non potrà mai avere una capacità di giudizio paragonabile a quella di un essere umano in carne e ossa. La macchina difetta di empatia, intuito e, soprattutto, di compassione. Insomma: l’introduzione di armi “troppo intelligenti” rappresenterebbe una minaccia alla sicurezza dei civili coinvolti negli scenari di guerra, oltre che una violazione delle prescrizioni contenute nella Convenzione di Ginevra.
Un futuro molto vicino – Scorrendo il rapporto, disponibile integralmente in lingua inglese sul sito di Human Rights Watch, è facile realizzare come le preoccupazioni legate ai “robot da guerra” siano tutt’altro che campate per aria. A confermare l’attualità della questione non sono solo gli estratti dai documenti ufficiali dell’esercito Usa, nei quali si parla dei progetti in corso d’opera per la realizzazione di strumenti di attacco e difesa “sempre più autonomi”, ma gli esempi concreti documentati riguardanti armamenti già in uso in mezzo mondo. I sistemi di difesa automatici, infatti, sono utilizzati ampiamente dagli eserciti Usa e dai suoi alleati fin dagli anni ‘80. Uno dei primi a essere impiegati è stato il Phalanx, un sistema installato sulle navi da guerra e in grado di intercettare missili o velivoli nemici rispondendo all’aggressione con un volume di fuoco di 3000-45000 colpi al minuto. La versione “terrestre” del sistema è stata invece utilizzata per la prima volta nel 2005 in Iraq.
Per restare all’attualità, il rapporto cita i sistemi automatici utilizzati per la difesa del confine tra Israele e la striscia di Gaza. Le Sentry Tech in dotazione alle forze di difesa israeliane (Idf), sono torrette mobili in grado di rilevare movimenti nell’area sorvegliata e inviare i segnali a una postazione remota. Le armi con cui sono equipaggiate permettono di colpire un bersaglio a una distanza di un chilometro e mezzo, ma tra i progetti dell’esercito israeliano c’è anche quello di utilizzare dei missili anti carro che avrebbero una gittata di diversi chilometri. Tecnicamente, l’ordine di sparare viene dato da un militare addetto al controllo del dispositivo. Rilevazione e puntamento, però, sono completamente automatici. Un sistema simile è stato adottato dalla Corea del Sud, per il controllo della zona demilitarizzata al confine con i suoi vicini del nord. In questo caso l’equipaggiamento delle torrette robot SGR-1, del costo di 200mila dollari l’una, prevede mitragliatrici da 5.5 mm o, in alternativa, un lancia granate da 40 mm. Tutti armamenti che, in ogni caso, potrebbero colpire più o meno direttamente i civili presenti nell’area.
Il fattore umano - Nei sistemi di difesa automatici, prima che il sistema apra il fuoco è necessario che un operatore certifichi il bersaglio. Un’operazione che richiede di prendere una decisione in pochi secondi e che, secondo il giornalista ed esperto di questioni militari Peter Singer, è soggetta a una sorta di “pregiudizio automatico”: in pratica, la capacità di giudizio viene influenzata dalla segnalazione della macchina e l’operatore che deve agire in tempi stretti tende ad assecondare il giudizio del computer piuttosto che effettuare una valutazione indipendente. In futuro, però, le cose potrebbero cambiare, e in peggio. Il punto di non ritorno indicato da Human Rights Watch è quello che si raggiungerà con l’utilizzo di mezzi “completamente autonomi”, le cui azioni saranno determinate da sistemi di intelligenza artificiale. Uno scenario in cui la presenza di civili, nemici feriti o pronti ad arrendersi difficilmente troveranno posto nelle routine di sistema delle armi di nuova generazione. Guardium è un sistema terrestre senza pilota utilizzato dall’esercito israeliano per le operazioni di pattugliamento lungo i confini di Gaza. Si tratta di un mezzo “semi-autonomo” che, secondo quanto riportato nella brochure del produttore, è in grado di reagire a “eventi imprevisti”, utilizzando strumenti offensivi. Il vero anello di congiunzione tra i sistemi automatici di difesa e i “robot da guerra” sarebbe però l’X-47B, un drone in grado di decollare, eseguire una missione e riatterrare su una portaerei senza che sia necessario alcun intervento umano. Il prototipo su cui le forze Usa stanno lavorando non è equipaggiato con armamenti, ma ha già due alloggiamenti utilizzabili per le armi con una capacità di 4.500 libbre. Qualcosa di simile è stato sviluppato anche nel Regno Unito: si chiama Taranis ed è descritto come “un drone stealth autonomo, in grado di colpire bersagli a lungo raggio anche in un altro continente”. La creazione del “robot da guerra” paventata da HRW non è poi così lontana.
fonte:
Per una giustizia e un’etica planetarie...
L'intervento di Roberto Scarpinato
Al 20° convegno del Centro Balducci
Roberto
Scarpinato
Procuratore Generale di Caltanissetta
“Per una giustizia e un’etica planetarie: nella memoria viva dei 20 anni di padre Ernesto Balducci; di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino; delle altre vittime delle stragi di Capaci e via d’Amelio e di tutte le vittime delle mafie”
Procuratore Generale di Caltanissetta
“Per una giustizia e un’etica planetarie: nella memoria viva dei 20 anni di padre Ernesto Balducci; di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino; delle altre vittime delle stragi di Capaci e via d’Amelio e di tutte le vittime delle mafie”
Come ha ricordato Pierluigi, questo è il terzo anno di seguito che il
Centro Balducci mi invita a partecipare alla sua manifestazione e per
me questi incontri sono diventati un’occasione per condividere con voi
gli interrogativi e le impressioni sul tema di Dio e sul senso della
vita, della morte, sulla possibilità di creare un mondo più giusto,
interrogativi che mi hanno accompagnato e mi hanno travagliato nel
corso della mia lunga esperienza di magistrato antimafia.
Ho trascorso gli ultimi venticinque anni della mia vita a Palermo, una città che, nell’immaginario collettivo, è percepita più come un luogo simbolo che trascende la dimensione puramente geografica, come la capitale della mafia, come la patria elettiva degli assassini, come epicentro di un impero del male contro cui nel tempo si sono schierati, venendone inesorabilmente travolti, alcuni solitari paladini del bene di cui si onora la memoria.
Eppure questo luogo simbolo, oltre a essere stato uno degli epicentri dell’impero del male, è stato per me una delle più importanti fucine di formazione etica di questa nazione. Un luogo nel quale intere generazioni sono state costrette a misurarsi con i grandi temi della vita. Proverò a spiegare il senso di questa contraddizione.
Vedete, a Palermo la protagonista occulta della vita cittadina è stata la morte. Quasi non vi è strada, non vi è crocevia, non vi è piazza dove non sia stato consumato un omicidio, un assassinio, una strage. La città è disseminata di lapidi e di targhe che ricordano che qui è stato ucciso un magistrato con la sua scorta, qui un prefetto, qui un poliziotto, qui una persona che ha avuto il coraggio di testimoniare in un processo di mafia, qui un prete e via di seguito con una triste contabilità della morte che quasi non ha fine. Ma anche dove mancano lapidi e targhe, la memoria collettiva degli abitanti dei luoghi conserva tracce indelebili di sparatorie, di corpi crivellati, squarciati dall’esplosivo, di donne piangenti dinnanzi e cadaveri, di volti attoniti e smarriti.
L’anno scorre tra la partecipazione a una messa in ricordo delle vittime e un’altra, una continua commemorazione che si snoda quasi senza interruzione di continuità. Ma la morte è stata protagonista della vita cittadina non solo per i tanti lutti del passato, ma anche perché ha abitato continuamente, e spesso segretamente, la mente e il cuore dei vivi come una minaccia costante. Mi riferisco a coloro che sono rimasti in vita e che tuttavia per anni, per decenni hanno dovuto convivere col pensiero della propria morte, temendo di essere uccisi perché avevano osato ribellarsi alla mafia. Mi riferisco ai tanti che, invece, hanno ceduto alle richieste della mafia e che talora ne sono divenuti complici e che prima di addivenire a questo passo hanno immaginato la propria morte, se non fossero stati arrendevoli, ed hanno rivisto nella propria mente mille volte il film della morte di altri che erano stati più coraggiosi e più onesti di loro. Mi riferisco agli stessi assassini, ai somministratori di morte che convivono quotidianamente con la consapevolezza di poter essere uccisi a loro volta, spesso – come mi hanno confessato – con il ricordo dell’ultimo sguardo delle loro vittime.
Ho trascorso gli ultimi venticinque anni della mia vita a Palermo, una città che, nell’immaginario collettivo, è percepita più come un luogo simbolo che trascende la dimensione puramente geografica, come la capitale della mafia, come la patria elettiva degli assassini, come epicentro di un impero del male contro cui nel tempo si sono schierati, venendone inesorabilmente travolti, alcuni solitari paladini del bene di cui si onora la memoria.
Eppure questo luogo simbolo, oltre a essere stato uno degli epicentri dell’impero del male, è stato per me una delle più importanti fucine di formazione etica di questa nazione. Un luogo nel quale intere generazioni sono state costrette a misurarsi con i grandi temi della vita. Proverò a spiegare il senso di questa contraddizione.
Vedete, a Palermo la protagonista occulta della vita cittadina è stata la morte. Quasi non vi è strada, non vi è crocevia, non vi è piazza dove non sia stato consumato un omicidio, un assassinio, una strage. La città è disseminata di lapidi e di targhe che ricordano che qui è stato ucciso un magistrato con la sua scorta, qui un prefetto, qui un poliziotto, qui una persona che ha avuto il coraggio di testimoniare in un processo di mafia, qui un prete e via di seguito con una triste contabilità della morte che quasi non ha fine. Ma anche dove mancano lapidi e targhe, la memoria collettiva degli abitanti dei luoghi conserva tracce indelebili di sparatorie, di corpi crivellati, squarciati dall’esplosivo, di donne piangenti dinnanzi e cadaveri, di volti attoniti e smarriti.
L’anno scorre tra la partecipazione a una messa in ricordo delle vittime e un’altra, una continua commemorazione che si snoda quasi senza interruzione di continuità. Ma la morte è stata protagonista della vita cittadina non solo per i tanti lutti del passato, ma anche perché ha abitato continuamente, e spesso segretamente, la mente e il cuore dei vivi come una minaccia costante. Mi riferisco a coloro che sono rimasti in vita e che tuttavia per anni, per decenni hanno dovuto convivere col pensiero della propria morte, temendo di essere uccisi perché avevano osato ribellarsi alla mafia. Mi riferisco ai tanti che, invece, hanno ceduto alle richieste della mafia e che talora ne sono divenuti complici e che prima di addivenire a questo passo hanno immaginato la propria morte, se non fossero stati arrendevoli, ed hanno rivisto nella propria mente mille volte il film della morte di altri che erano stati più coraggiosi e più onesti di loro. Mi riferisco agli stessi assassini, ai somministratori di morte che convivono quotidianamente con la consapevolezza di poter essere uccisi a loro volta, spesso – come mi hanno confessato – con il ricordo dell’ultimo sguardo delle loro vittime.
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