Programma di Alternativa-Politica
Robot in guerra: troppe vittime civili con le armi “intelligenti” e i droni
La denuncia di Human Rights Watch in uno studio
realizzato con l’Università di Harvard secondo cui l’introduzione di
mezzi militari dotati di intelligenza artificiale mette a rischio
l’incolumità dei civili e viola la Convenzione di Ginevra
Dall’Afghanistan ai territori occupati in Palestina, l’utilizzo dei droni (velivoli senza pilota, ndr)
per eseguire attacchi “mirati” è una pratica costante, così come lo è
il conto delle vittime civili coinvolte negli attacchi portati dagli
aerei comandati a distanza. Nel futuro lo scenario potrebbe però
peggiorare, con l’utilizzo di armi completamente autonome in grado di
portare a termine gli attacchi senza l’intervento umano o addirittura
capaci di decidere quando e come agire sul campo di battaglia.
A denunciare il rischio della “disumanizzazione della guerra” è un rapporto pubblicato da Human Rights Watch, intitolato ‘Losing Humanity’. Il rapporto, realizzato in collaborazione con un gruppo di studio della School of Law dell’Università di Harvard,
affronta la questione dei cosiddetti “robot da guerra” chiedendo che ne
sia immediatamente proibito lo sviluppo. Uno scenario fantascientifico?
Per niente. La realizzazione di armi da guerra robotiche completamente
autonome, infatti, è una possibilità che si potrebbe concretizzare nel
giro di 15 anni. Uno scenario che i vertici militari vedono come
“auspicabile”, ma che preoccupa gli attivisti per i diritti civili. Per
quanto evoluta, denunciano nello studio, una macchina non potrà mai
avere una capacità di giudizio paragonabile a quella di un essere umano
in carne e ossa. La macchina difetta di empatia, intuito e, soprattutto,
di compassione. Insomma: l’introduzione di armi “troppo intelligenti”
rappresenterebbe una minaccia alla sicurezza dei civili coinvolti negli
scenari di guerra, oltre che una violazione delle prescrizioni contenute
nella Convenzione di Ginevra.
Un futuro molto vicino – Scorrendo il rapporto, disponibile integralmente in lingua inglese sul sito di Human Rights Watch,
è facile realizzare come le preoccupazioni legate ai “robot da guerra”
siano tutt’altro che campate per aria. A confermare l’attualità della
questione non sono solo gli estratti dai documenti ufficiali
dell’esercito Usa, nei quali si parla dei progetti in corso d’opera per
la realizzazione di strumenti di attacco e difesa “sempre più autonomi”,
ma gli esempi concreti documentati riguardanti armamenti già in uso in
mezzo mondo. I sistemi di difesa automatici, infatti, sono utilizzati
ampiamente dagli eserciti Usa e dai suoi alleati fin dagli anni ‘80. Uno
dei primi a essere impiegati è stato il Phalanx, un
sistema installato sulle navi da guerra e in grado di intercettare
missili o velivoli nemici rispondendo all’aggressione con un volume di
fuoco di 3000-45000 colpi al minuto. La versione “terrestre” del sistema
è stata invece utilizzata per la prima volta nel 2005 in Iraq.
Per restare all’attualità, il rapporto cita i sistemi automatici utilizzati per la difesa del confine tra Israele e la striscia di Gaza. Le Sentry Tech
in dotazione alle forze di difesa israeliane (Idf), sono torrette
mobili in grado di rilevare movimenti nell’area sorvegliata e inviare i
segnali a una postazione remota. Le armi con cui sono equipaggiate
permettono di colpire un bersaglio a una distanza di un chilometro e
mezzo, ma tra i progetti dell’esercito israeliano c’è anche quello di
utilizzare dei missili anti carro che avrebbero una gittata di diversi
chilometri. Tecnicamente, l’ordine di sparare viene dato da un militare
addetto al controllo del dispositivo. Rilevazione e puntamento, però,
sono completamente automatici. Un sistema simile è stato adottato dalla Corea del Sud,
per il controllo della zona demilitarizzata al confine con i suoi
vicini del nord. In questo caso l’equipaggiamento delle torrette robot
SGR-1, del costo di 200mila dollari l’una, prevede mitragliatrici da 5.5
mm o, in alternativa, un lancia granate da 40 mm. Tutti armamenti che,
in ogni caso, potrebbero colpire più o meno direttamente i civili
presenti nell’area.
Il fattore umano -
Nei sistemi di difesa automatici, prima che il sistema apra il fuoco è
necessario che un operatore certifichi il bersaglio. Un’operazione che
richiede di prendere una decisione in pochi secondi e che, secondo il
giornalista ed esperto di questioni militari Peter Singer,
è soggetta a una sorta di “pregiudizio automatico”: in pratica, la
capacità di giudizio viene influenzata dalla segnalazione della macchina
e l’operatore che deve agire in tempi stretti tende ad assecondare il
giudizio del computer piuttosto che effettuare una valutazione
indipendente. In futuro, però, le cose potrebbero cambiare, e in peggio.
Il punto di non ritorno indicato da Human Rights Watch è
quello che si raggiungerà con l’utilizzo di mezzi “completamente
autonomi”, le cui azioni saranno determinate da sistemi di intelligenza
artificiale. Uno scenario in cui la presenza di civili, nemici feriti o
pronti ad arrendersi difficilmente troveranno posto nelle routine di
sistema delle armi di nuova generazione. Guardium è un
sistema terrestre senza pilota utilizzato dall’esercito israeliano per
le operazioni di pattugliamento lungo i confini di Gaza. Si tratta di un
mezzo “semi-autonomo” che, secondo quanto riportato nella brochure del
produttore, è in grado di reagire a “eventi imprevisti”, utilizzando
strumenti offensivi. Il vero anello di congiunzione tra i sistemi
automatici di difesa e i “robot da guerra” sarebbe però l’X-47B, un
drone in grado di decollare, eseguire una missione e riatterrare su una
portaerei senza che sia necessario alcun intervento umano. Il prototipo
su cui le forze Usa stanno lavorando non è equipaggiato con armamenti,
ma ha già due alloggiamenti utilizzabili per le armi con una capacità di
4.500 libbre. Qualcosa di simile è stato sviluppato anche nel Regno Unito: si chiama Taranis ed è descritto come “un drone stealth
autonomo, in grado di colpire bersagli a lungo raggio anche in un altro
continente”. La creazione del “robot da guerra” paventata da HRW non è
poi così lontana.
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