L'intervento di Roberto Scarpinato
Al 20° convegno del Centro Balducci
Roberto
Scarpinato
Procuratore Generale di Caltanissetta
“Per una giustizia e un’etica planetarie: nella memoria viva dei 20 anni di padre Ernesto Balducci; di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino; delle altre vittime delle stragi di Capaci e via d’Amelio e di tutte le vittime delle mafie”
Procuratore Generale di Caltanissetta
“Per una giustizia e un’etica planetarie: nella memoria viva dei 20 anni di padre Ernesto Balducci; di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino; delle altre vittime delle stragi di Capaci e via d’Amelio e di tutte le vittime delle mafie”
Come ha ricordato Pierluigi, questo è il terzo anno di seguito che il
Centro Balducci mi invita a partecipare alla sua manifestazione e per
me questi incontri sono diventati un’occasione per condividere con voi
gli interrogativi e le impressioni sul tema di Dio e sul senso della
vita, della morte, sulla possibilità di creare un mondo più giusto,
interrogativi che mi hanno accompagnato e mi hanno travagliato nel
corso della mia lunga esperienza di magistrato antimafia.
Ho trascorso gli ultimi venticinque anni della mia vita a Palermo, una città che, nell’immaginario collettivo, è percepita più come un luogo simbolo che trascende la dimensione puramente geografica, come la capitale della mafia, come la patria elettiva degli assassini, come epicentro di un impero del male contro cui nel tempo si sono schierati, venendone inesorabilmente travolti, alcuni solitari paladini del bene di cui si onora la memoria.
Eppure questo luogo simbolo, oltre a essere stato uno degli epicentri dell’impero del male, è stato per me una delle più importanti fucine di formazione etica di questa nazione. Un luogo nel quale intere generazioni sono state costrette a misurarsi con i grandi temi della vita. Proverò a spiegare il senso di questa contraddizione.
Vedete, a Palermo la protagonista occulta della vita cittadina è stata la morte. Quasi non vi è strada, non vi è crocevia, non vi è piazza dove non sia stato consumato un omicidio, un assassinio, una strage. La città è disseminata di lapidi e di targhe che ricordano che qui è stato ucciso un magistrato con la sua scorta, qui un prefetto, qui un poliziotto, qui una persona che ha avuto il coraggio di testimoniare in un processo di mafia, qui un prete e via di seguito con una triste contabilità della morte che quasi non ha fine. Ma anche dove mancano lapidi e targhe, la memoria collettiva degli abitanti dei luoghi conserva tracce indelebili di sparatorie, di corpi crivellati, squarciati dall’esplosivo, di donne piangenti dinnanzi e cadaveri, di volti attoniti e smarriti.
L’anno scorre tra la partecipazione a una messa in ricordo delle vittime e un’altra, una continua commemorazione che si snoda quasi senza interruzione di continuità. Ma la morte è stata protagonista della vita cittadina non solo per i tanti lutti del passato, ma anche perché ha abitato continuamente, e spesso segretamente, la mente e il cuore dei vivi come una minaccia costante. Mi riferisco a coloro che sono rimasti in vita e che tuttavia per anni, per decenni hanno dovuto convivere col pensiero della propria morte, temendo di essere uccisi perché avevano osato ribellarsi alla mafia. Mi riferisco ai tanti che, invece, hanno ceduto alle richieste della mafia e che talora ne sono divenuti complici e che prima di addivenire a questo passo hanno immaginato la propria morte, se non fossero stati arrendevoli, ed hanno rivisto nella propria mente mille volte il film della morte di altri che erano stati più coraggiosi e più onesti di loro. Mi riferisco agli stessi assassini, ai somministratori di morte che convivono quotidianamente con la consapevolezza di poter essere uccisi a loro volta, spesso – come mi hanno confessato – con il ricordo dell’ultimo sguardo delle loro vittime.
Ho trascorso gli ultimi venticinque anni della mia vita a Palermo, una città che, nell’immaginario collettivo, è percepita più come un luogo simbolo che trascende la dimensione puramente geografica, come la capitale della mafia, come la patria elettiva degli assassini, come epicentro di un impero del male contro cui nel tempo si sono schierati, venendone inesorabilmente travolti, alcuni solitari paladini del bene di cui si onora la memoria.
Eppure questo luogo simbolo, oltre a essere stato uno degli epicentri dell’impero del male, è stato per me una delle più importanti fucine di formazione etica di questa nazione. Un luogo nel quale intere generazioni sono state costrette a misurarsi con i grandi temi della vita. Proverò a spiegare il senso di questa contraddizione.
Vedete, a Palermo la protagonista occulta della vita cittadina è stata la morte. Quasi non vi è strada, non vi è crocevia, non vi è piazza dove non sia stato consumato un omicidio, un assassinio, una strage. La città è disseminata di lapidi e di targhe che ricordano che qui è stato ucciso un magistrato con la sua scorta, qui un prefetto, qui un poliziotto, qui una persona che ha avuto il coraggio di testimoniare in un processo di mafia, qui un prete e via di seguito con una triste contabilità della morte che quasi non ha fine. Ma anche dove mancano lapidi e targhe, la memoria collettiva degli abitanti dei luoghi conserva tracce indelebili di sparatorie, di corpi crivellati, squarciati dall’esplosivo, di donne piangenti dinnanzi e cadaveri, di volti attoniti e smarriti.
L’anno scorre tra la partecipazione a una messa in ricordo delle vittime e un’altra, una continua commemorazione che si snoda quasi senza interruzione di continuità. Ma la morte è stata protagonista della vita cittadina non solo per i tanti lutti del passato, ma anche perché ha abitato continuamente, e spesso segretamente, la mente e il cuore dei vivi come una minaccia costante. Mi riferisco a coloro che sono rimasti in vita e che tuttavia per anni, per decenni hanno dovuto convivere col pensiero della propria morte, temendo di essere uccisi perché avevano osato ribellarsi alla mafia. Mi riferisco ai tanti che, invece, hanno ceduto alle richieste della mafia e che talora ne sono divenuti complici e che prima di addivenire a questo passo hanno immaginato la propria morte, se non fossero stati arrendevoli, ed hanno rivisto nella propria mente mille volte il film della morte di altri che erano stati più coraggiosi e più onesti di loro. Mi riferisco agli stessi assassini, ai somministratori di morte che convivono quotidianamente con la consapevolezza di poter essere uccisi a loro volta, spesso – come mi hanno confessato – con il ricordo dell’ultimo sguardo delle loro vittime.
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