Programma di Alternativa-Politica

venerdì 30 agosto 2013

Attacco alla Siria Tacere adesso significa acconsentire a ciò che verrà






Tacere adesso significa acconsentire a ciò che verrà


Gli Stati Uniti hanno deciso di attaccare la Siria, ancora una volta con un pretesto risibile, screditato dalle precedenti bugie. Che il presunto uso di armi chimiche da parte dell’esercito regolare siriano sia appunto presunto e non dimostrato, lo scrivono perfino numerosi giornali europei che pure appaiono disposti a chiudere entrambi gli occhi di fronte all’aggressione.
Prove nemmeno una. In un paese che da due anni è sottoposto ad attacchi dall’esterno, nel quale agiscono tutti i servizi segreti occidentali, in condizione di importare qualsiasi arma sul territorio siriano, accusare Assad di avere usato armi chimiche è l’equivalente della favola dove il lupo (a monte) accusa l’agnello (a valle) d’intorbidargli l’acqua.
Solo sepolcri imbiancati a prova di ogni vergogna possono accettare questa favola senza inorridire.
Si procederà, ancora una volta, senza nemmeno l’avallo delle Nazioni Unite. Evitando, in tal modo, il veto di Cina e Russia.
Si procederà, ancora una volta, senza nemmeno preoccuparsi di trascinare tutta la NATO. Neanche questo viene ritenuto ormai necessario. Liberando così alleati timorosi, o recalcitranti (ma che non si vedono) dall’obbligo di accettare il diktat di Obama.
Il quale – non si dimentichi che è stato insignito del premio Nobel per la pace – non deve più dimostrare nulla. Anche qui solo gl’ingenui, comunque inescusabili, possono continuare a descrivere Obama  come uno strenuo difensore dei diritti civili e della pace.
Israele è tra gl’ispiratori principali di questa guerra. Non è osservatore di eventi ma partecipante all’aggressione.
La linea attuale dei servi dell’impero – in Italia e in Europa – sarà quella di presentare l’aggressione come un “severo monito”. Il cui scopo sarebbe quello di creare le condizioni per un futuro negoziato. Per poi interrompersi. Si spara sul nemico per annientarlo, non per negoziare. Infatti il negoziato di Ginevra, che doveva cominciare, è stato cancellato.
Inutile chiedere al governo italiano di esprimere un netto dissenso e non qualche balbettio. Non lo possono fare, perché sono ricattabili, e non lo faranno.
Noi ci rivolgiamo al popolo italiano, che sappiamo non volere la guerra, perché faccia sentire la sua voce in tutte le forme che gli saranno possibili.
Noi vogliamo che l’Italia esca dalla NATO.
Noi non vogliamo essere alleati di coloro che organizzano la guerra.
Noi non vogliamo le loro basi sul nostro territorio.
Infine una nota per il futuro. L’esito di questa nuova guerra dei forti contro i deboli sarà di certo l’avvitamento verso nuove escalations. Lo scopo dell’aggressione è destabilizzare l’intero Medio Oriente e trascinare in guerra l’Europa. La sorte del Libano è in pericolo. Le armi che nei prossimi giorni colpiranno Damasco sono già pronte per colpire Teheran. Dunque un altro avvertimento s’impone, per coloro che non capiscono, o fingono di non capire: tacere adesso significa acconsentire a ciò che verrà.

Alternativa
Laboratorio politico culturale fondato da Giulietto Chiesa


martedì 2 aprile 2013

I dieci saggi impresentabili di Napolitano. Volete la guerra civile?


La classe dirigente, la generazione, il sesso maschile che ha portato l’Italia al disastro dovrebbe salvarla? Questa accozzaglia di partitocrazia e grand commis, tutti maschi, anziani, ricchissimi, sarebbe il meglio che questo paese può schierare per indicare cosa è urgente fare per il paese? La classe dirigente che negli ultimi 40 anni ha distrutto il paese dovrebbe salvarlo?
Possono essere saggi i tagliagole leghisti che hanno voluto la morte di 5.000 migranti che riposano sui fondali del Mediterraneo? Sarebbero saggi quelli che hanno votato che Ruby era la nipote di Mubarak? Sarebbe saggio colui che provò a legittimare i torturatori repubblichini chiamandoli “ragazzi di Salò”. Chi rappresentano i dieci saggi di Napolitano? Le privatizzate, le banche, la confindustria, la grande finanza che lucra sullo sfascio, i precarizzatori del lavoro, la nomenklatura partitocratica?
Niente donne, niente giovani, niente società civile, niente cultura, niente ricerca, niente diritti, niente disagio! È così evidente che questi dieci non rappresentano il paese reale ma sono chiamati a garantire, in un momento nel quale il crollo di un regime appare dietro l’angolo, quei poteri che rappresentano al di sopra e al di fuori del gioco democratico. Qual è il disegno dietro questa carta (apparentemente) della disperazione giocata dal Presidente Napolitano? È nata ieri una repubblica degli ottimati che prescinde dal voto popolare? È legittima o è un golpe la prorogatio di fatto del governo Monti? Gli italiani che il 24 e 25 febbraio si sono divisi su tutto si sono trovati d’accordo su una sola cosa: la tecnocrazia neoliberale di Mario Monti ha il comune disprezzo di un intero popolo. Continuare a imporla sulla base di una cultura emergenziale con la quale in questo paese sono state fatte passare tutte le nefandezze è un colpo di mano. Ben maggiore legittimità avrebbe un governo Bersani, pur bocciato in Senato, per condurre il paese a nuove elezioni.
Non rappresenta il paese reale il governo Monti, non rappresentano il paese reale i dieci presunti saggi. Se un disegno s’intuisce è che i D’Alema e i Berlusconi pretendono di fare melina per altri cinque anni sperando di addormentare il fenomeno grillino. Se questa operazione riesce gli italiani comuni tra cinque anni staranno peggio di prima. Magari rassicureranno la finanza, la BCE, i mercati, che potranno continuare a spolparci un po’ al giorno. Se non riesce crolleremo di colpo e lo Stato, la Nazione stessa avrà perso ogni legittimità. Altro che Europa allora, ch’è diventata una foglia di fico. Tutto il peggio sarà possibile. Ma il crollo non sarà quello dell’Argentina o della Grecia; sarà Weimar.
Intanto, di sicuro, l’invenzione di Napolitano blocca il corso democratico della legislatura. Il suo dovere, se Bersani non riesce a formare un governo, è incaricare Berlusconi (o chi per lui) e, dopo di questo, Grillo (o chi per lui). Non proseguire in questi tentativi, e non potendo sciogliere le camere, blocca il corso naturale delle cose impedendo soluzioni che, evidentemente, sono considerate da evitare ad ogni costo dai padroni del paese dei quali la lista dei saggi rappresenta un elenco di spicciafaccende ben pagati.
È sotto gli occhi di tutti che l’Italia potrebbe esprimere dieci, cento, mille saggi di ben più alto profilo di quelli indicati da Napolitano ma che si è scelto di nominare quelli perché in realtà ognuno di loro garantisce un potere. Garanti dei poteri forti, dei grandi interessi, di una generazione e di un sesso, quello maschile, che ha umiliato e stuprato il paese. Garanti della fase terminale della nostra democrazia nata nel 1945 dalla Resistenza, che è agonizzante almeno dal sequestro di Aldo Moro e in coma da quando è sceso in campo Silvio Berlusconi.
Non si capisce intanto chi lavora per chi. Lavora per il Re di Prussia Beppe Grillo, incapace di capire di star sprecando una golden share che non ritornerà per spazzar via la peggior classe dirigente d’Europa commissariando un governo Bersani e obbligandolo a realizzare parti importanti del proprio programma? Lavora per il Re di Prussia quella parte di centro-sinistra che muore dalla voglia di far fuori Bersani e inciuciare con Berlusconi a qualunque prezzo, vogliosa solamente di un altro giro di valzer, di mantenere privilegi e vitalizi e spingere sul Colle il Massimo peggiore di tutti loro a garanzia del mercimonio? O lavora per il Re di Prussia Napolitano che spinge altri milioni di italiani tra le braccia di Grillo o di qualunque altro pifferaio sorgerà a indicare che il re è nudo? Qualcuno si illude che basterà un Renzi a salvarci. Se non si sgonfierà quando si rivoterà il Movimento Cinque Stelle, o ben di peggio di questo (le Albe dorate greche dovrebbero darci brividi), sfonderanno ogni argine. La politica, questa politica ha perso ogni legittimità e il caos è dietro l’angolo.
Volete la guerra civile?

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lunedì 1 aprile 2013

India, Novartis perde ricorso su brevetto farmaco anti leucemia

Nuova Delhi (India), 1 apr. (LaPresse/AP) - La Corte suprema indiana ha stabilito che la compagnia farmaceutica Novartis AG non ha il diritto di brevettare la nuova versione del farmaco salvavita Glivec contro la leucemia. La compagnia svizzera affermava di poter registrare il prodotto per proteggere i propri investimenti, mentre gli attivisti ritenevano stesse tentando di sfruttare scappatoie per ricavare maggiore denaro su un brevetto ormai scaduto.

 La sentenza è una vittoria per l'industria generica dei farmaci indiana da 26 miliardi di dollari, che fornisce farmaci economici a milioni di persone nel mondo. Secondo l'avvocato per i diritti Anand Grover, una sentenza simile potrà aiutare i poveri a ottenere cure accessibili, grazie alla disponibilità di versioni generiche di farmaci salvavita.
Novartis era impegnata dal 2006 nella battaglia legale in India per ottenere la registrazione del nuovo brevetto per il farmaco anti leucemia Gleevec, noto in India ed Europa come Glivec. L'ufficio brevetti lo aveva negato con la motivazione che non si tratta di una nuova cura ma di una revisione di un prodotto esistente. La sentenza crea così un precedente, che impedirà alle aziende farmaceutiche internazionali di ottenere nuove brevetti in India per versioni aggiornate di medicinali esistenti, ha spiegato Pratibha Singh, legale della casa produttrice di farmaci generici Cipla. "Le autorizzazioni saranno date solo per invenzioni autentiche, quelle ripetitive non saranno concesse per modifiche minori a prodotti esistenti", ha detto Singh.

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Niscemi, Crocetta revoca l’autorizzazione per la realizzazione del Muos

di Gaetano Liardo - Liberainformazione
 
Il Mous non si farà, parola del Governatore siciliano Rosario Crocetta. Oggi, a margine dell’incontro a Palermo con il Presidente del Senato Pietro Grasso, Crocetta lo ha dichiarato a chiare lettere. Intervenendo a Palazzo D’Orleans ha specificato che l’Assessorato regionale al territorio e ambiente ha revocato l’autorizzazione per la realizzazione del sistema satallitare della marina miliatare statunitense a Niscemi.
Una vicenda, quella che ha colpito il Comune nisseno, vecchia ormai di qualche anno, ricca di polemiche e tenuta in vita dall’attivissimo movimento NoMuos. Un no netto che si è scontrato con la posizione dell’allora Governatore Raffaele Lombardo, la cui giiunta aveva autorizzato i lavori.
Lo scalpore della protesta niscemese, alla quale si è aggiunta quella di centinaia di comitati in tutta la Sicilia, ha allertato il Dipartimento di Stato Usa. Nel febbraio del 2011, sull’onda delle rivelazioni di Wikileaks, il sito americano rese noti alcuni cablogrammi della diplomazia statunitense aventi per oggetto il Muos. Il 15 giugno 2009, J. Patick Thruhn, Console generale a Napoli, scrive a Washington dicendo che al Muos: «Si oppone un gruppo di sindaci locali, che hanno usato con successo i media locali per veicolare congetture – non supportate neanche dagli scienziati coinvolti dagli sindaci come esperti – che l’installazione pone gravi rischi ambientali alla salute della popolazione locale (Nota: U.S. Navy studies, validata dal Ministero della difesa italiano, che evidenziano come le emissioni elettromagnetiche delle antenne sono al di sotto dei limiti italiani e della Ue. Fine Nota)».
Tutt’altro il parere dei Comitati NoMuos, e delle amministrazioni comunali del circondario, che hanno lottato per dimostrare i danni sulla salute che sarebbero derivati dall’installazione del sistema satellitare. Il Muos, inoltre, sarebbe stato installato in contrada Ulmo, all’interno della riserva naturale della Sughereta di Niscemi. Area protetta che, ormai da quasi vent’anni, ospita una base satellitare americana.
Infine, molti interrogativi sono stati sollevati sui lavori per la realizzazione del Muos. L’Amministrazione Usa, responsabile della costruzione della struttura, è svincolata dal rispetto della legislazione antimafia vigente in Italia. Quindi, di fatto, può appaltare lavori a qualsiasi azienda italiana senza richiedere la certificazione antimafia. Una situazione che, da subito, ha attirato gli appetiti delle cosche locali. A sollevare il problema a livello nazionale – dopo le inchieste firmate dal giornalista Giovanni Tizian su La Repubblica e le denunce di studiosi e blogger quali Antonio Mazzeo – il senatore Beppe Lumia ha presentato una dettagliata interrogazione parlamentare il 14 febbraio 2012.
Indirizzata al ministro dell’Interno Cancellieri, il parlamentare siciliano chiede l’intervento dell’esecutivo per bloccare la partecipazione ai lavori di una ditta niscemese ritenuta vicina al boss di Cosa nostra Giancarlo Giugno, recentemente arrestato dalle forze dell’ordine.  «Il Governo regionale – si legge nell’interrogazione – ha più volte sollecitato le autorità americane a mettersi in relazione con le autorità italiane, in particolar modo con la Prefettura di Caltanissetta, per monitorare dettagliatamente la presenza di eventuali imprese mafiose in quest’importante opera, di fatto pubblica, e per far rispettare la legislazione italiana, in termine di normativa antimafia».
Con la presa di posizione di Rosario Crocetta, già sindaco di Gela, comune dirimpettaio a quello di Niscemi che, come molte altre cittadine della zona, avrebbe subito gli effetti elettromagnetici del Muos, una brutta parentesi sembra essersi conclusa.

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sabato 30 marzo 2013

La Corea del Nord in 'stato di guerra' con il Sud

Usa: prendiamo sul serio le nuove minacce di Pyongyang

 

La Corea del Nord ha annunciato di essere entrata in uno ''stato di guerra'' con il Sud e che ogni questione tra i due paesi sarà trattata su questa base.
 ''D'ora in poi le relazioni intercoreane sono di guerra e tutti i problemi tra le due Coree saranno trattati secondo un protocollo adatto alla guerra'', si legge in una dichiarazione 'speciale' congiunta dall'alta retorica, peraltro non nuova, di ''partito, ministeri e altre istituzioni'' rilanciata dall'agenzia ufficiale Kcna. ''Situazioni nella penisola coreana, che non sono ne' di pace e ne' di guerra, sono giunte alla fine'', si legge ancora nel dispaccio, in cui si menziona la riunione d'emergenza convocata appena giovedi' dal leader nordcoreano Kim Jong-un per approvare i piani che hanno per obiettivo mettere nel mirino target negli Usa e in Corea del Sud, dopo l'utilizzo dei super bombardieri B-2 nelle esercitazioni congiunte di Washington e Seul destinate a concludersi a fine aprile. La ''decisione importante'' di Kim e' un ultimatum alle ''forze ostili e una decisione definitiva per la giustizia''. Pur in attesa dell'ordine di attacco del 'giovane generale' e leader supremo, e' innegabile ''una rappresaglia senza pieta' in caso di atti di provocazione'' da parte degli Stati Uniti o della Corea del Sud. Tra le due Coree, separate all'altezza del 38/mo parallelo, c'e' ancora formalmente uno stato di guerra visto che per porre fine al sanguinoso conflitto del 1950-53 fu siglato un armistizio e non un trattato di pace formale, 'annullato' pochi giorni fa da Pyongyang insieme a tutti i patti di non aggressione con il Sud in risposta al ciclo di manovre militari speciali (denominate 'Key Resolve'), tenute da Usa e Corea del Sud dall'11 al 21 marzo.
La Corea del Nord ha minacciato di chiudere l'area industriale a sviluppo congiunto di Kaesong se la Corea del Sud non fermerà gli "insulti" relativi alla operatività del distretto "solo per la necessità" di Pyongyang di raccogliere risorse finanziarie fresche. "Se il gruppo di traditori (del Sud, ndr) continua a parlare del fatto che la zona di Kaesong è mantenuta operativa a danno della nostra dignità, allora - ha riferito l'agenzia ufficiale Kcna - il distretto sarà chiuso senza pietà". Nonostante la Corea del Nord abbia annunciato in mattinata di essere entrata in uno "stato di guerra" con il Sud, lavoratori, tecnici e funzionari sudcoreani hanno potuto attraversare senza problemi il confine allo scopo di raggiungere il distretto industriale di Kaesong. Il Nord ha notificato al Sud, attraverso una linea telefonica secondaria visto il taglio di quella 'rossa militare' deciso appena pochi giorni fa, l'approvazione del numero complessivo quotidiano di ingressi e uscite. Citando il ministero dell' Unificazione, l'agenzia Yonhap ha riferito che un totale di 241 sudcoreani avrebbero dovuto recarsi al distretto di Kaesong, sulla linea di confine ma in enclave nordcoreano, mentre altri 510 sarebbero dovuti rientrare. Il complesso, di cui è capofila il colosso Hyundai, conta 123 aziende sudcoreane con impianti e strutture manifatturiere che danno lavoro a 50.000 nordcoreani il cui salario finisce per essere versato d fatto per intero nelle casse di Pyongyang. Kaesong è una delle ormai ridotte fonti sicure per la raccolta di valuta estera, dato che i pagamenti sono effettuati in dollari.
Gli Stati Uniti prendono sul serio le nuove minacce giunte dalla Corea del Nord, che ha indicato di essere in stato di guerra con il sud. Lo afferma la Casa Bianca. ''Abbiamo visto le informazioni contenute nel nuovo comunicato non costruttivo della Corea del Nord. Prendiamo queste minacce sul serio e restiamo in stretto contatto con i nostri alleati sud coreani''.
La Russia ha lanciato un appello alla "massima responsabilità e moderazione" alle due Coree e agli Stati Uniti dopo che Pyongyang ha annunciato lo 'stato di guerra' contro Seul. "Ci aspettiamo dalle due parti la massima responsabilità e moderazione e che nessuno superi il punto di non ritorno", ha detto Grigori Logvinov, responsabile incaricato per la Corea del ministero degli Esteri russo, citato dall'Interfax.
Il ministro tedesco degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle, invita la Corea del Nord a smettere di giocare con il fuoco. In un'intervista al quotidiano Bild il capo della diplomazia tedesca spiega che "anche se le immagini e le parole che provengono dalla Corea del Nord sembrano uscire da un'altra epoca" queste "rappresentano una grave minaccia per la pace in tutta la regione". Wsterwelle si dice "molto preoccupato" ribadendo che "il gioco irresponsabile della Corea del Nord deve cessare".
La Francia chiede a Pyongyang di "astenersi da qualsiasi nuova provocazione". Parigi - spiega il portavoce del ministro degli esteri francese Philippe Lalliot in una nota - "é profondamente preoccupata per la situazione nella penisola coreana" e "ha esortato la Corea del Nord ad astenersi da ulteriori provocazioni, adempiendo ai suoi obblighi internazionali anche sotto le pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite, e riprendendo rapidamente la via del dialogo".

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giovedì 28 marzo 2013

Dopo Cipro fuggire o aprire l’europa come una scatoletta di squali.

di Pino Cabras e Simone Santini –Megachip.
Esplode la voglia di fuggire dall’Europa, adesso che i suoi padroni aizzano i cani della crisi contro i popoli. I proprietari universali hanno fatto alcuni esperimenti da Shock Economy per vedere se gli azzannati riuscivano a difendersi. Volevano collaudare – su scala ridotta, ma non troppo – il modo in cui una società potrebbe essere annichilita da una burocrazia ottusa e feroce e trovarsi impedita se volesse rovesciare la politica dominante. La Grecia avrebbe potuto riassorbire la fase acuta della crisi in pochi mesi, e invece le sono state somministrate per anni ricette economiche prive di qualsiasi apparente logica. Mentre si licenziavano centinaia di migliaia di lavoratori, a quelli che conservavano il posto si imponevano stipendi decurtati e orari ben oltre le 40 ore settimanali. E ora siamo giunti al test di Cipro, non ancora concluso, eppure già adottato dagli eurocrati che gongolano perché lo vogliono ripetere su larga scala. Pazzi e pericolosi, sembrerebbe. La tentazione è dunque fuggire, come invoca Debora Billi sul suo blog Crisis: «Fuggite, sciocchi!». Anche noi, come lei, abbiamo paura della dittatura dello spread: è un nuovo dispotismo mostruoso, diabolico, impersonale, disperante. Ma dobbiamo lo stesso chiedercelo: «Fuggire? Dove?»…
L’alternativa non è tra fuggire o rimanere in uno stato di schiavitù. La scelta, ora, è tra combattere o rimanere schiavi, laddove la fuga non sarebbe altro che una delle tante forme del rimanere schiavi.
Esistesse un’isola, dall’altra parte del mare, o una radura, dall’altra parte della montagna, in cui regna la libertà, si potrebbe pensare di fuggire lì per immaginare un’altra vita, un nuovo mondo. Ma questo luogo non esiste: non c’è, ad esempio, per 60 milioni di italiani. Noi siamo qui, ora, e possiamo solo combattere o arrenderci.
Fuggire dalla dittatura europea vuol dire (ri)entrare nella dittatura dell’Italia comunque senza sovranità,sotto il comando atlantico. Film già visto? Sì e no. Stavolta sarebbe peggio.
All’epoca della guerra fredda, c’era una sorta di “semi-sovranità”, un gioco sub-dominante in mano a partiti politici che facevano partecipare direttamente al sistema politico milioni di persone. Non era un pasto facile da divorare, quell’Italia, nemmeno per chi aveva messo gli stivaloni nel piatto. L’Italia di oggi ha invece una politica destrutturata, sindacati annientati, corpi sociali intermedi che agiscono solo a corto raggio. E’ pronta per essere spolpata da multinazionali occidentali, petromonarchi arabi, mega-imprenditori cinesi, magnati russi, e mafiosi di ogni nazionalità, ordine e grado, che avranno gioco facile, purché gli sia chiara la vera regola: dove orbitano i soldi. La galassia del denaro deve ruotare ancora e sempre intorno all’asse Wall Street-Londra. Ora non c’è più simpatia per le distrazioni centrifughe dei paradisi fiscali. Non è più il tempo nemmeno per quelle zone ambigue e paramafiose che si ossigenavano in Vaticano o a Cipro.
Sembra disordine, sembra solo follia, ma non c’è da giurarci. Vediamo capitalisti in rovina, distruzione, ma non è nulla di nuovo. C’è semmai un ordine che vorrebbe emergere dal caos “esternalizzando” i costi sui popoli e sulla natura.
Proprio oggi, una sorpresa: nientemeno che il settimanale statunitense Time dice che Karl Marx queste cose le aveva previste, che era stato proprio profetico. Se lo dicono anche gli americani, viene voglia di rileggere il libro primo del «Capitale». Parlava forse di noi, di quel che accade ora? Senti qui che cosa diceva il buon Marx: «con la produzione capitalistica si forma una potenza del tutto nuova, il “sistema del credito”, che ai suoi primordi si intrufola di soppiatto come modesto ausilio dell’accumulazione e mediante invisibili fili attira nelle mani di capitalisti individuali o associati i mezzi monetari disseminati in masse più o meno grandi sulla superficie della società, ma ben presto diviene un’arma nuova e temibile nella lotta di concorrenza, e infine si trasforma in poderoso meccanismo sociale per la centralizzazione dei capitali».
Ecco il concetto, centralizzazione dei capitali. Questa Europa – giustamente esecrata da noi e da Debora Billi, l’Europa di questo Euro – è stata anche un gigantesco meccanismo di «centralizzazione dei capitali»: prima si è presentata come un ambiente vivace per la concorrenza, poi come un sistema che (ancora Marx) causa la «rovina di molti capitalisti minori, i cui capitali in parte finiscono nelle mani di chi vince, in parte scompaiono» (assieme alle prospettive di milioni di persone), infine un processo di centralizzazione che si addensa là dove vuole la politica dominante. Noi vediamo il nuovo volto terribile della Germania e dell’eurocrazia che produce governi “tecnici” e governi maggiordomi, con una mezzogiornificazione del Sud Europa, l’area perdente in questa fase della centralizzazione.
Sopra questo processo si avanza però qualcosa di più vasto ancora. Faremo bene ad abituarci quanto prima a discutere della nuova Agenda Atlantica, ossia l’area di libero scambio (con tanto di istituzioni sovranazionali euroamericane) che è già materia di pre-negoziato a Washington e presso l’élite europea.
In una crisi sistemica montante, non possiamo realisticamente escludere che la “fuga dalla dittatura” non la faremo noi, ma la stiano progettando loro per noi, per gettarci in quest’altro bel baratro, per una forma suprema di centralizzazione dei capitali, l’ultimo giro di giostra dei redditieri.
Intanto fuggiamo dalla dittatura, dice Billi, e poi si vedrà? No, poi non sarà possibile vedere niente. È mentre si combatte che si costruisce il “poi”, non mentre si fugge.
I partigiani che hanno scalato la montagna, e che sono morti, che ne sapevano della “svolta di Salerno” di Togliatti? Poi hanno avuto cinquanta anni di americani e Democrazia Cristiana. Avevano forse scalato la montagna e sono morti per avere quello? No, e ciononostante hanno avuto la possibilità per decenni di lasciare contrappesi e contropoteri nel sistema. Oggi rischieremmo per paradosso di consegnarci mani e piedi a una Bruxelles più invadente ancora, e più atlantizzata. Un incubo.
No, Debora, noi non vogliamo fuggire. Vogliamo combattere. E speriamo, vogliamo, essere con te dalla stessa parte. Parliamo, nientemeno, di una rivoluzione politica. In grado di immaginare una sfida europea.Una nuova Costituzione europea, perché no? L’importante (non sappiamo se è un fuggire) è che si abbandonino gli attuali trattati in vigore, Lisbona e Maastricht. Chi può farlo? I popoli, se fanno politica e si sentono sovrani.
Uno dei più colossali fraintendimenti del fenomeno Cinque Stelle è stato quello di Wu Ming, che lo ha visto come una sorta di anestetico dei conflitti, tanto da metterlo in contrapposizione alla presunta maggiore radicalità di Occupy Wall Street e Indignados.
Invece la presenza nelle istituzioni, proprio questo volerci essere, ha fatto una differenza enorme per il movimento italiano. Al momento esso è infinitamente più dirompente rispetto alle piazze spente dei movimenti più radicali di altri Paesi. Se vogliamo immaginare un processo costituente internazionale che riesca a contrastare l’Agenda Atlantica, dovremo comunque pensarlo molto proiettato dentro le istituzioni.
Anche la Nato e la UE sono da aprire come scatolette, purché si sappia che lì dentro non ci sono esattamente tonni.

FONTE: ALTERNATIVA:

martedì 26 marzo 2013

Acqua pubblica: per il Tar toscano bollette illegittime dopo il referendum 2011

All’indomani del referendum del 12 e 13 giugno 2011, i forum nazionali e regionali dei movimenti dell’acqua avevano “pesato” intelligentemente il successo plebiscitario dell’esito referendario affermando che la loro attività sarebbe proseguita in qualità di garanti dell’effettivo rispetto della volontà popolare.
Dalla Toscana arriva una notizia che si inserisce a pieno nel processo di ripubblicizzazione di molte municipalizzate (o presunte tali) dei servizi idrici.

Proprio in concomitanza con la Giornata mondiale dell’acqua, festeggiata lo scorso venerdì, il Tar della Toscana ha accolto il ricorso presentato dai forum in difesa dell’acqua pubblica nei confronti delle tariffe proposte dai gestori dopo il referendum. 

Nelle bollette, infatti, compare la voce “remunerazione del capitale investito” che il voto popolare aveva abrogato quasi due anni fa. Il ragionamento è semplice: se l’acqua è un bene pubblico non può dare lucro, dunque non ci può essere “remunerazione del capitale investito”. Le bollette, in sostanza, devono servire a pagare le spese di gestione delle reti, dell’amministrazione e del personale, ma non i dividendi agli eventuali azionisti.

Il Forum italiano dei movimenti per l’acqua aveva sempre sostenuto l’illegittimità delle bollette post referendarie, tanto da indire la Campagna di Obbedienza Civile, nella quale i cittadini sono stati invitati ad autoridursi la bolletta pagando la bolletta coerentemente con l’esito del referendum.

Nella sentenza del Tar i criteri di remunerazione sono travolti “dalla volontà popolare abrogatrice”. Secondo il Forum la sentenza sembra destinata a conferire ulteriore slancio ai processi di ripubblicizzazione dell’acqua in atto in molte città italiane.

Nel 2011, dopo il referendum, l’ex Autorità di ambito (ATO2) composta dai 56 sindaci del Basso Valdarno aveva approvato, due delibere (n. 12 e n. 13) in contrasto con l’esito del referendum. Ora il Tar ha rimesso le cose a posto, ma il Forum dei movimenti per l’acqua non smobilita, anzi, sta già lavorando affinché i gestori restituiscano il surplus di denaro incassato illegittimamente sulle bollette inclusive della “remunerazione del capitale investito” e i consumatori che hanno aderito all’azione di Obbedienza Civile si vedano annullare le lettere di messa in mora.

Che cosa succederà adesso? La sentenza - ha spiegato Francesco Torselli, consigliere comunale di Firenze - se da una parte ci fa assolutamente gioire, dall'altra potrebbe aprire le porte all'ennesima anomalia: a leggere quanto riportato dalle agenzie sul pronunciamento del TAR, chi ha pagato correttamente le bollette, rispettando leggi, regole e scadenze, rischia infatti di essere, come si dice a Firenze, "becco e bastonato". Il TAR avrebbe infatti ritenuto nel giusto quei cittadini che, a seguito dall'esito referendario, hanno scelto di non pagare più l'intera somma delle bollette recapitate, ma di decurtarsi "da soli" la parte riguardante la remunerazione del capitale investito abolito dai referendum". "Non tutti - prosegue l'esponente di Fratelli d'Italia - hanno però le conoscenze, le capacità e soprattutto la volontà di scegliere la via della disobbedienza civile. Questo però non può e non deve voler dire che chi ha pagato correttamente oggi deve essere penalizzato!".
La battaglia per le associazioni dei consumatori non sembra quindi finita con la sentenza del Tar. In attesa di nuovi sviluppi, chi è stato ligio dovrà accontentarsi per il momento di una vittoria di principio.

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