Pubblicato il 18 Ottobre 2012
Le conseguenze dell'uccisione dell'ambasciatore J. Christopher Stevens e
di tre funzionari nell'attacco all'ambasciata Usa a Bengasi non si sono
fatte attendere.
Secondo un memorandum interno del Dipartimento di Stato, datato 8 settembre, afferma il New York Times,
gli Stati Uniti sarebbero intenzionati ad addestrare una forza di elite
libica di circa cinquecento uomini, specializzata in operazioni
anti-terrorismo contro gli integralisti islamici, utilizzando 8 milioni
di dollari inizialmente destinati ad operazioni delle forze
anti-terrorismo Usa in Pakistan. Saranno infatti gli uomini delle Forze
Speciali americane a farsi carico dell'addestramento di questa unità,
come già hanno fatto in Pakistan e nello Yemen.
Sono misure che
dimostrano il livello di polverizzazione del tessuto socio-politico
libico dopo la campagna anti-Gheddafi voluta dal presidente francese
Sarkozy, che lascia il Paese nordafricano in una condizione di
non-Stato, della quale ovviamente possono approfittare tutte le forze
interessate a destabilizzare da un lato il mondo arabo-musulmano e
dall'altro l'Africa centro-settentrionale.
La questione è di
rilevante importanza per l'Italia, dato che le forze Usa di stanza nel
nostro Paese vengono proprio in questi mesi riorganizzate appositamente
per il teatro africano. Lo dimostrano le notizie sulla creazione, nella
sede dell'ex Pluto Site di Longare presso Vicenza, dove
dovrebbe sorgere un centro di addestramento simulato inter-forze gestito
proprio dall'U.S. Army Africa, la componente terrestre dello U.S. Africom, il comando strategico nordamericano che da pochi anni ha "preso in carico" le operazioni nel continente africano.
A
Longare è di stanza, fra l'altro, la 173a brigata aviotrasportata Usa,
unità altamente specializzata Usa, con un curriculum di tutto rispetto
nella II Guerra Mondiale e in Vietnam, ricostituita nel 2000, nella fase
delle riorganizzazione dell'apparato bellico americano seguito alla
nuova strategia di impegno diretto in Medio Oriente, dove infatti la
brigata è stata impiegata, in Iraq nel 2003 e in Afghanistan dal 2005 al
2010, nella campagna Enduring Freedom.
Non si può nemmeno
escludere, vista la fama lusinghiera di cui godono a livello
internazionale, che in questo lavoro sia coinvolto anche il COESPU, il
centro d'eccellenza per le forze di polizia estere creato dall'Arma dei
Carabinieri a Vicenza, nella Caserma "Chinotto".
fonte:clarissa.
sabato 20 ottobre 2012
venerdì 19 ottobre 2012
Argomenti che Obama e Romney evitano
di Noam Chomsky - znetitaly.
Quando lo spettacolo quadriennale delle elezioni arriva al culmine, è utile chiedersi come le campagne di propaganda politica trattano dei problemi cruciali che dobbiamo affrontare. La risposta semplice è: male o per nulla. Se è così, sorgono alcune importanti domande: perché, e che cosa possiamo fare a riguardo?
Ci sono due argomenti di importanza assoluta, perché è in gioco il destino della nostra specie: il disastro ambientale e la guerra nucleare.
Il primo appare regolarmente sulle prime pagine dei giornali. Il 19 settembre, per esempio, Justin Gillis ha scritto sul New York Times che lo scioglimento del ghiaccio del Mare Artico si era fermato per un anno, “ma non prima aver demolito il record precedente – e aver lanciato nuovi avvertimenti sul rapido ritmo dei cambiamento nella regione.”
Lo scioglimento è molto più veloce di quanto previsto da sofisticati modelli informatici e dal più recente rapporto dell’ONU sul riscaldamento globale. Nuovi dati indicano che il ghiaccio estivo potrebbe sparire entro il 2020, con gravi conseguenze. In base a stime precedenti il ghiaccio estivo dovrebbe scomparire nel 2050.
“I governi hanno però reagito al cambiamento senza molta urgenza riguardo alla limitazione delle emissioni dei gas serra,” scrive Gillis. “Al contrario, la loro reazione principale è stata quelle di pianificare lo sfruttamento di minerali di recente accessibili nel Artico, e anche le trivellazioni per cercare altro petrolio” – cioè accelerare la catastrofe.
Questa reazione dimostra una straordinaria disponibilità a sacrificare la vita dei nostri figli e nipoti, per un guadagno temporaneo. O, forse, una disponibilità ugualmente notevole a chiudere gli occhi in modo da non vedere il pericolo incombente.
Non è certo tutto. Un nuovo studio del Monitoraggio della vulnerabilità climatica (Climate Vulnerability Monitor), ha trovato che “i cambiamenti climatici causati dal riscaldamento globale stanno rallentando la produzione economica mondiale del 1,6 % all’anno e porteranno al raddoppiamento dei costi nei prossimi venti anni.” Lo studio è stato ampiamente diffuso altrove, ma agli Americani sono state risparmiate questa notizie inquietanti.
Le piattaforme ufficiali democratiche e repubblicane in materia di clima sono esaminate nel numero di settembre della rivista Science. In un raro caso di accordo bipartitico, entrambi i partiti esigono che si peggiori il problema.
Nel 2008, entrambe le piattaforme dei partiti, hanno dedicato una certa attenzione al modo in cui il governo dovrebbe occuparsi del cambiamento climatico. Oggi l’argomento è quasi sparito dalla piattaforma del partito repubblicano che, tuttavia, richiede che il Congresso “agisca in fretta” per evitare che l’Agenzia per la protezione ambientale, istituita dall’ex presidente repubblicano Richard Nixon, in tempi più saggi, regoli i gas serra. E dobbiamo aprire la zona protetta denominata Arctic Refuge, in Alaska alle trivellazioni per “trarre vantaggio da tutte le risorse americane che Dio ci ha concesso.” Dopo tutto, non possiamo disobbedire al Signore.
La piattaforma afferma anche che “Dobbiamo ripristinare l’integrità scientifica per la nostre istituzioni pubbliche per la ricerca e eliminare gli incentivi politici dalla ricerca sovvenzionata con fondi pubblici – parole in codice per “scienza del clima”.
Il candidato repubblicano Mitt Romney, cercando di evitare il marchio di infamia a causa di ciò che aveva capito pochi anni fa riguardo al cambiamento di clima, ha dichiarato che non c’è consenso scientifico, quindi dovremmo appoggiare più dibattiti e ricerche – ma non l’azione, eccetto nel caso che vogliamo rendere più gravi i problemi.
I Democratici nella loro piattaforma dicono che c’è un problema, e raccomandano che dovremmo lavorare “per arrivare a un accordo per stabilire i limiti delle emissioni, di comune accordo con altre potenze emergenti.” Ma questo è quanto.
Il presidente Barack Obama ha messo in risalto che dobbiamo guadagnare 100 anni di indipendenza energetica sfruttando le fratturazioni * e altre nuove tecnologie – senza chiederci come sarebbe il mondo dopo un secolo di queste pratiche.
Ci sono quindi delle differenze tra i partiti: riguardano il tipo di entusiasmo con il quale i pecoroni dovrebbero marciare verso il precipizio.
Anche il secondo problema, la guerra nucleare, è sulle prime pagine ogni giorno, ma in un modo che stupirebbe un marziano che osserva gli strani eventi sulla terra.
L’attuale minaccia è ancora in Medio Oriente, in modo particolare in Iran – almeno secondo l’Occidente, cioè. In Medio Oriente, gli Stai Uniti e Israele sono considerati minacce molto più grandi.
Al contrario dell’Iran, Israele si rifiuta di permettere ispezioni o di firmare il Trattato di non proliferazione nucleare. Ha centinaia di armi nucleari e di sistemi avanzati per il loro impiego, e un lungo curriculum di violenze, aggressioni e illegalità, grazie all’incessante appoggio americano. I servizi segreti degli Stati Uniti non sanno se l’Iran stia cercando di mettere a punto armi nucleari.
Nel suo più recente rapporto, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica dice che non può dimostrare “l’assenza di materiale e di attività nucleari non dichiarati in Iran” – un modo indiretto di condannare l’Iran, come richiedono gli Stati Uniti, mentre nello stesso tempo ammette che l’agenzia non può aggiungere nulla alle conclusioni dei servizi segreti statunitensi.
All’Iran quindi si deve negare il diritto di arricchire l’uranio che è garantito dal NPT e approvato dalla maggior parte del mondo, compresi i paesi non allineati che si sono appena incontrati a Tehran.
Il problema della possibilità che l’Iran possa mettere a punto armi nucleari si presenta nella campagna elettorale. (Il fatto che Israele le abbia già non compare). Ci sono due posizioni contrapposte: gli Stati Uniti dovrebbero dichiarare che attaccheranno se l’Iran riesce raggiungere la capacità di mettere a punto armi nucleari, che hanno tante nazioni? Oppure Washington dovrebbe mantenere più indefinita la “linea rossa”?
La seconda posizione è quella della Casa Bianca; la prima è richiesta dai falchi di Israele ed è accettata dal Congresso. Il Senato ha appena votato con 90 voti a 1 per appoggiare la posizione di Israele.
Dal dibattito è assente la scelta dell’ovvia maniera di mitigare o di mettere fine a qualsiasi minaccia si ipotizzi possa presentare l’Iran: istituire una zona priva di armi nucleari nella regione. L’occasione è disponibile facilmente: si deve convocare una conferenza internazionale tra pochi mesi per perseguire questo obiettivo, appoggiata da quasi tutto il mondo, compresa una maggioranza di Israeliani.
Il governo di Israele, tuttavia, ha annunciato che non parteciperà fino a quando non ci sia un accordo generale di pace nella regione, il che è irrealizzabile fino a quando Israele persiste nelle sue attività illegali nei territori palestinesi occupati. Washington resta sulla stessa posizione, e insiste che Israele deve essere esclusa da qualsiasi accordo regionale di questo tipo.
Potremmo andare verso una guerra devastante, forse perfino nucleare. Esistono modi diretti per superare questa minaccia ma non verranno adottati a meno che non ci sia un attivismo pubblico su larga scala che richieda di perseguire questa occasione. A sua volta anche questo è altamente improbabile fino a quando queste questioni rimangono escluse dal programma, non soltanto nel circo elettorale, ma anche sui mezzi di informazione e in nell’ambito di un più vasto dibattito nazionale.
Le elezioni vengono gestite dall’industria delle pubbliche relazioni, il cui compito primario è la pubblicità commerciale, che è progettata per indebolire i mercati creando consumatori non informati che faranno scelte irrazionali – l’esatto opposto di come si ipotizza che funzionino i mercati, ma certamente noto a chiunque abbia guardato la televisione.
E’ del tutto naturale, che quando viene assunta per gestire le elezioni, l’industria adotti le stesse procedure nell’interesse dei padroni, che certamente non vogliono vedere cittadini informati che fanno scelte razionali.
Le vittime, tuttavia, non devono ubbidire, in entrambi i casi. La passività può essere la direzione facile, ma non è certo quella giusta.
fonte:
Quando lo spettacolo quadriennale delle elezioni arriva al culmine, è utile chiedersi come le campagne di propaganda politica trattano dei problemi cruciali che dobbiamo affrontare. La risposta semplice è: male o per nulla. Se è così, sorgono alcune importanti domande: perché, e che cosa possiamo fare a riguardo?
Ci sono due argomenti di importanza assoluta, perché è in gioco il destino della nostra specie: il disastro ambientale e la guerra nucleare.
Il primo appare regolarmente sulle prime pagine dei giornali. Il 19 settembre, per esempio, Justin Gillis ha scritto sul New York Times che lo scioglimento del ghiaccio del Mare Artico si era fermato per un anno, “ma non prima aver demolito il record precedente – e aver lanciato nuovi avvertimenti sul rapido ritmo dei cambiamento nella regione.”
Lo scioglimento è molto più veloce di quanto previsto da sofisticati modelli informatici e dal più recente rapporto dell’ONU sul riscaldamento globale. Nuovi dati indicano che il ghiaccio estivo potrebbe sparire entro il 2020, con gravi conseguenze. In base a stime precedenti il ghiaccio estivo dovrebbe scomparire nel 2050.
“I governi hanno però reagito al cambiamento senza molta urgenza riguardo alla limitazione delle emissioni dei gas serra,” scrive Gillis. “Al contrario, la loro reazione principale è stata quelle di pianificare lo sfruttamento di minerali di recente accessibili nel Artico, e anche le trivellazioni per cercare altro petrolio” – cioè accelerare la catastrofe.
Questa reazione dimostra una straordinaria disponibilità a sacrificare la vita dei nostri figli e nipoti, per un guadagno temporaneo. O, forse, una disponibilità ugualmente notevole a chiudere gli occhi in modo da non vedere il pericolo incombente.
Non è certo tutto. Un nuovo studio del Monitoraggio della vulnerabilità climatica (Climate Vulnerability Monitor), ha trovato che “i cambiamenti climatici causati dal riscaldamento globale stanno rallentando la produzione economica mondiale del 1,6 % all’anno e porteranno al raddoppiamento dei costi nei prossimi venti anni.” Lo studio è stato ampiamente diffuso altrove, ma agli Americani sono state risparmiate questa notizie inquietanti.
Le piattaforme ufficiali democratiche e repubblicane in materia di clima sono esaminate nel numero di settembre della rivista Science. In un raro caso di accordo bipartitico, entrambi i partiti esigono che si peggiori il problema.
Nel 2008, entrambe le piattaforme dei partiti, hanno dedicato una certa attenzione al modo in cui il governo dovrebbe occuparsi del cambiamento climatico. Oggi l’argomento è quasi sparito dalla piattaforma del partito repubblicano che, tuttavia, richiede che il Congresso “agisca in fretta” per evitare che l’Agenzia per la protezione ambientale, istituita dall’ex presidente repubblicano Richard Nixon, in tempi più saggi, regoli i gas serra. E dobbiamo aprire la zona protetta denominata Arctic Refuge, in Alaska alle trivellazioni per “trarre vantaggio da tutte le risorse americane che Dio ci ha concesso.” Dopo tutto, non possiamo disobbedire al Signore.
La piattaforma afferma anche che “Dobbiamo ripristinare l’integrità scientifica per la nostre istituzioni pubbliche per la ricerca e eliminare gli incentivi politici dalla ricerca sovvenzionata con fondi pubblici – parole in codice per “scienza del clima”.
Il candidato repubblicano Mitt Romney, cercando di evitare il marchio di infamia a causa di ciò che aveva capito pochi anni fa riguardo al cambiamento di clima, ha dichiarato che non c’è consenso scientifico, quindi dovremmo appoggiare più dibattiti e ricerche – ma non l’azione, eccetto nel caso che vogliamo rendere più gravi i problemi.
I Democratici nella loro piattaforma dicono che c’è un problema, e raccomandano che dovremmo lavorare “per arrivare a un accordo per stabilire i limiti delle emissioni, di comune accordo con altre potenze emergenti.” Ma questo è quanto.
Il presidente Barack Obama ha messo in risalto che dobbiamo guadagnare 100 anni di indipendenza energetica sfruttando le fratturazioni * e altre nuove tecnologie – senza chiederci come sarebbe il mondo dopo un secolo di queste pratiche.
Ci sono quindi delle differenze tra i partiti: riguardano il tipo di entusiasmo con il quale i pecoroni dovrebbero marciare verso il precipizio.
Anche il secondo problema, la guerra nucleare, è sulle prime pagine ogni giorno, ma in un modo che stupirebbe un marziano che osserva gli strani eventi sulla terra.
L’attuale minaccia è ancora in Medio Oriente, in modo particolare in Iran – almeno secondo l’Occidente, cioè. In Medio Oriente, gli Stai Uniti e Israele sono considerati minacce molto più grandi.
Al contrario dell’Iran, Israele si rifiuta di permettere ispezioni o di firmare il Trattato di non proliferazione nucleare. Ha centinaia di armi nucleari e di sistemi avanzati per il loro impiego, e un lungo curriculum di violenze, aggressioni e illegalità, grazie all’incessante appoggio americano. I servizi segreti degli Stati Uniti non sanno se l’Iran stia cercando di mettere a punto armi nucleari.
Nel suo più recente rapporto, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica dice che non può dimostrare “l’assenza di materiale e di attività nucleari non dichiarati in Iran” – un modo indiretto di condannare l’Iran, come richiedono gli Stati Uniti, mentre nello stesso tempo ammette che l’agenzia non può aggiungere nulla alle conclusioni dei servizi segreti statunitensi.
All’Iran quindi si deve negare il diritto di arricchire l’uranio che è garantito dal NPT e approvato dalla maggior parte del mondo, compresi i paesi non allineati che si sono appena incontrati a Tehran.
Il problema della possibilità che l’Iran possa mettere a punto armi nucleari si presenta nella campagna elettorale. (Il fatto che Israele le abbia già non compare). Ci sono due posizioni contrapposte: gli Stati Uniti dovrebbero dichiarare che attaccheranno se l’Iran riesce raggiungere la capacità di mettere a punto armi nucleari, che hanno tante nazioni? Oppure Washington dovrebbe mantenere più indefinita la “linea rossa”?
La seconda posizione è quella della Casa Bianca; la prima è richiesta dai falchi di Israele ed è accettata dal Congresso. Il Senato ha appena votato con 90 voti a 1 per appoggiare la posizione di Israele.
Dal dibattito è assente la scelta dell’ovvia maniera di mitigare o di mettere fine a qualsiasi minaccia si ipotizzi possa presentare l’Iran: istituire una zona priva di armi nucleari nella regione. L’occasione è disponibile facilmente: si deve convocare una conferenza internazionale tra pochi mesi per perseguire questo obiettivo, appoggiata da quasi tutto il mondo, compresa una maggioranza di Israeliani.
Il governo di Israele, tuttavia, ha annunciato che non parteciperà fino a quando non ci sia un accordo generale di pace nella regione, il che è irrealizzabile fino a quando Israele persiste nelle sue attività illegali nei territori palestinesi occupati. Washington resta sulla stessa posizione, e insiste che Israele deve essere esclusa da qualsiasi accordo regionale di questo tipo.
Potremmo andare verso una guerra devastante, forse perfino nucleare. Esistono modi diretti per superare questa minaccia ma non verranno adottati a meno che non ci sia un attivismo pubblico su larga scala che richieda di perseguire questa occasione. A sua volta anche questo è altamente improbabile fino a quando queste questioni rimangono escluse dal programma, non soltanto nel circo elettorale, ma anche sui mezzi di informazione e in nell’ambito di un più vasto dibattito nazionale.
Le elezioni vengono gestite dall’industria delle pubbliche relazioni, il cui compito primario è la pubblicità commerciale, che è progettata per indebolire i mercati creando consumatori non informati che faranno scelte irrazionali – l’esatto opposto di come si ipotizza che funzionino i mercati, ma certamente noto a chiunque abbia guardato la televisione.
E’ del tutto naturale, che quando viene assunta per gestire le elezioni, l’industria adotti le stesse procedure nell’interesse dei padroni, che certamente non vogliono vedere cittadini informati che fanno scelte razionali.
Le vittime, tuttavia, non devono ubbidire, in entrambi i casi. La passività può essere la direzione facile, ma non è certo quella giusta.
fonte:
Md contro Ingroia. La storia si ripete
di Giorgio Bongiovanni - 12 ottobre 2012
Nella storia della lotta alla mafia, e in particolare nel percorso vissuto da quegli uomini che hanno fatto della lotta alla mafia più che una professione una vera e propria “missione”, si sono verificate vicende così uguali (nella modalità e nella tempistica), che non si può non dire che la storia si ripete. Il percorso di Pietro Scaglione, Gaetano Costa, Rocco Chinnici, passando per il generale dalla Chiesa, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e tanti altri è stato per certi versi identico.
Queste persone avevano come denominatore comune il fatto di essere integerrimi nella lotta alla mafia, incorruttibili, dei veri leader capaci di smascherare (attraverso indagini strategiche, creando veri e propri pool) i rapporti tra la mafia e il potere. Oltre a questo comune denominatore ce n’era un altro ancora più devastante. Essere costantemente e implacabilmente attaccati e offesi dai nemici “legittimi” come i mafiosi, la stampa para mafiosa, il potere economico e soprattutto la politica di destra, di centro e anche di sinistra, nella migliore delle ipotesi “tollerante” della mafia, nella peggiore delle ipotesi “collusa” con la mafia. Ma non solo. La cosa più grave che si verificava e si verifica a tutt’oggi, a dimostrazione che la storia si ripete, riguardava gli attacchi, gli ostacoli, i tradimenti, le offese, le invidie, le gelosie, l’odio che provenivano dagli amici, dall’interno delle istituzioni che loro stessi servivano e alle quali appartenevano. L’ultimo, clamoroso, assurdo episodio che conferma la regola riguarda la volgare e incivile offesa che viene fatta al giudice Ingroia da Magistratura Democratica, l’istituzione tra le più importanti nella storia della magistratura fondata per tutelare non solo l’immagine, la professionalità e la preparazione dei magistrati iscritti a questa corrente, ma anche la libertà di pensiero.
Farà bene Ingroia a dimettersi da un movimento che si è trasformato da pionieristico a sinedrio, a chiesa, a setta.
Quello che ferisce maggiormente sono gli attacchi che giungono ad Antonio Ingroia dai colleghi e amici di indagini antimafia, amici con i quali Ingroia ha pianto sulle bare di Falcone e Borsellino. Perché succede tutto questo, qual è la ragione? Questi amici sono collusi con la mafia? Sono stati pagati dal potere per ostacolare Ingroia? Sicuramente no. A questi esponenti di Magistratura Democratica hanno promesso forse dei posti di potere nel prossimo governo? Sicuramente no, ma se dovessero continuare qualcuno potrebbe pensare male.
Si potrebbe anche pensare che si tratta di una strategia offensiva al contrario del tipo: io devo aiutare il mio amico che sta sbagliando, non è più umile, vuole essere protagonista e magari vuole scendere in politica quindi lo attacco per fargli capire che è nell’errore. Certi attacchi arrivano da personaggi che, dimenticando il passato, dimenticando le bare sulle quali hanno pianto, non si rendono conto che così facendo diventano complici ideali di coloro che vogliono che Antonio Ingroia appaia solo. A questi oscuri personaggi, ai killer e ai mandanti basta che Ingroia o magistrati come lui appaiono soli per poterli colpire. Ecco quindi che la storia si ripete.
Grazie a Dio all’interno di Md ci sono valorosi magistrati come Giancarlo Caselli, Vittorio Teresi, Lia Sava ed altri che al contrario difendono l’operato di magistrati come Ingroia.
Da giornalista che conosce a fondo la storia della mafia e dell’antimafia consiglierei ai vertici di Magistratura Democratica di battersi il petto e dire “mea maxima culpa”. Con umiltà e altrettanta fermezza consiglierei loro (al di là di eventuali legittimi disaccordi con Ingroia) di apparire e dimostrare al nemico che si è uniti senza lasciare da solo l’amico, il collega e il fratello con il rischio che quest’ultimo venga colpito dal nemico. Mi rammarico tanto che alcuni di quei magistrati che hanno pianto sulle bare dei loro amici non abbiano tratto una lezione dal passato.
Oggi il giudice Ingroia viene accusato di voler scendere in politica, ma visto che salvo rarissime eccezioni (di singoli esponenti politici) è stato attaccato praticamente da tutti con quale partito potrebbe presentarsi?! Quale sarebbe quindi il grande partito politico che secondo i sondaggi appoggerebbe Antonio Ingroia?!
Di fatto tra le accuse a lui rivolte vi è quella che riguarda la sua partecipazione a convegni legati a partiti politici. Ritengo che non solo faccia bene ad andarci, ma sottolineo come sia Giovanni Falcone che Paolo Borsellino abbiano partecipato a diversi incontri organizzati da partiti politici di destra (MSI) e di sinistra (PCI). A tal proposito basta riprendere gli estremi delle date e dei luoghi che attestano la loro partecipazione a questi incontri (così come mi accingo a fare in un prossimo editoriale).
Secondo il mio pensiero Ingroia lascerebbe la toga solo nel caso in cui scoprisse che ormai la magistratura è arrivata al punto massimo delle indagini nella ricerca della verità sulle stragi di Stato; in quel caso quindi opterebbe per continuare quella ricerca attraverso la politica. Magistrati come Ingroia sono a tutti gli effetti servitori dello Stato-stato, sono gli stessi che hanno promesso sulle bare degli eroi e dei padri della nostra Patria di trovare la verità dall’interno di qualunque istituzione facessero parte.
Ma di queste “eresie” evidentemente è meglio non farne menzione e lasciare piuttosto spazio a pericolose e strumentali polemiche tanto utili ai poteri criminali del nostro Paese.
Sono sempre più convinto che Magistratura Democratica perseveri nell’errore, così come si legge nella Bibbia “Errare humanum est, perseverare autem diabolicum”. Non scorderò mai che nel 1988 Md, con il dissenso di Giancarlo Caselli (che votò a favore di Giovanni Falcone), ma sostenuta da quello che Paolo Borsellino definì un “Giuda”, bocciò Falcone come consigliere istruttore caricandosi una parte di responsabilità con la sua morte.
Il settarismo è il baratro delle religioni, ma dovremmo ricordarci che è altrettanto letale anche nei movimenti laici.
fonte:antimafiaduemila.
mercoledì 17 ottobre 2012
LA CORRUZIONE
LA CORRUZIONE
Le cifre della tassa occulta che impoverisce e inquina il paese
I dati Eurobarometer 2011 presentati da Libera
La corruzione nel nostro Paese è un cancro le cui metastasi si sono
allargate in modo generalizzato. Invasivo. Silenzioso. Difficile da
debellare. Che uccide moralmente e fisicamente. Una Tangentopoli
infinita, che cambia aspetto e si rigenera anno dopo anno. Che non
scava soltanto voragini nei bilanci pubblici ma genera un pericoloso
deficit di democrazia e devasta l'ambiente in cui viviamo. La
corruzione è a livelli mastodontici e può crescere ancora, se non si
contrasta in modo netto, senza mediazioni, con volontà politica
concreta , al di là delle parole. Ma se il costo diretto della
corruzione, stimato all'incirca in 60 miliardi di euro, è un fardello
pesante per i disastrati bilanci dello Stato, ancora più allarmanti
sono i danni politici, sociali e ambientali: la delegittimazione delle
istituzioni e della classe politica, il segnale di degrado del tessuto
morale della classe dirigente, l'affermarsi di meccanismi di selezione
che premiano corrotti e corruttori nelle carriere economiche,
politiche, burocratiche, il dilagare dell'ecomafia, attraverso fenomeni
come i traffici di rifiuti e il ciclo illegale del cemento, che si
alimentano quasi sempre anche grazie alla connivenza della cosiddetta
"zona grigia", fatta di colletti bianchi, tecnici compiacenti, politici
corrotti.
La corruzione ci ruba il futuro, in tutti i sensi. Una mega tassa
occulta che impoverisce il paese sul piano economico, politico,
culturale e ambientale. Un male che comporta rischi per la credibilità
della nostra economia, per la tenuta della nostra immagine all'estero,
per gli investimenti nel nostro Paese. E che crea disuguaglianze,
massacra le politiche sociali, avvelena l'ambiente, tiene in ostaggio
la democrazia.
La corruzione costa ma non tutti pagano allo stesso modo. A farne le
spese sono le fasce deboli, i poveri, gli umili, le cooperative sociali
che chiudono, gli enti che sono costretti a tagliare sull'assistenza,
sulle mense scolastiche e non ce la fanno ad andare avanti. Un cancro
che mina quotidianamente il rapporto di fiducia tra cittadini ed
istituzioni, alimentando un clima diffuso di sospetto. Quando il
pagamento delle tangenti diventa prassi comune per ottenere licenze e
permessi, e la risorsa pubblica è risucchiata nei soliti giri di
potere, ciò che viene sacrificato sull'altare dei furbetti di turno è
soprattutto la credibilità dello Stato. Con un doppio rischio: da un
alto un'illegalità sdoganata in virtù della sua diffusione, in un clima
di generale rassegnazione; dall'altro gli appesantimenti burocratici,
la ridondanza di controlli, leggi e leggine che diventano una sorta di
persecuzione dello Stato sui cittadini onesti, messo in atto nel
tentativo di colpire chi viola le regole.
Quale speranza, quale spinta può avere un Paese, se i suoi abitanti sono convinti che solo nelle ruberie si nasconda la chiave del successo e che la legalità sia un inutile "fardello"? Quella che emerge oggi, in definitiva, non è tanto una corruzione liquida o gelatinosa, come l'hanno definita commentatori e inquirenti per contrapporla a quella del passato, strutturata intorno all'obolo coatto versato dalle imprese ai partiti. È infatti una corruzione ancora "solidamente" regolata, dove però a seconda dei contesti il ruolo di garante del rispetto delle "regole del gioco" è ricoperto da attori diversi: l'alto dirigente oppure il faccendiere ben introdotto, il "boss dell'ente pubblico" o l'imprenditore dai contatti trasversali, il capofamiglia mafioso o il leader politico a capo di costose macchine clientelari. Collocandosi al centro delle nuove reti di corruzione, questi soggetti riescono ad assicurare che tutto fili liscio, favoriscono l'assorbimento dei dissidi interni e creano le condizioni per l'impermeabilità del sistema della corruzione ad intrusioni esterne.
La "nuova" corruzione presenta poi un altro elemento chiave di continuità rispetto a quella svelata all'inizio degli anni Novanta. È ancora una corruzione sistemica, nella quale le condotte, gli stili, le movenze degli attori coinvolti appaiono incardinati entro copioni prefissati, seguono regole codificate. Appaiono tuttora in vigore - proprio come nelle storie svelate da Mani pulite - norme di comportamento che facilitano l'identificazione di partner affidabili, emarginano o castigano onesti e dissenzienti, socializzano i nuovi entrati, scongiurano pericolose controversie, abbattono i rischi. Come mostrano le conversazioni tra i soggetti coinvolti nelle inchieste, chi partecipa al gioco della corruzione sistemica sa bene a quali interlocutori rivolgersi e la loro attendibilità, quali codici linguistici utilizzare, le percentuali da pagare, i parametri di spartizione delle tangenti o i criteri di rotazione seguiti da imprese o partiti cartellizzati.
Per combattere e vincere questo cancro invasivo bisogna partire dai
numeri. Oscuri, inquietanti, drammatici.
Don Ciotti ''Severino
ce l'ha messa tutta, in gioco la democrazia'' - Il video su YOUTUBE
Il dossier "Corruzione, le cifre della tassa occulta che impoverisce e inquina il paese (pdf zippato - 683,75 kb)
Il dossier "Corruzione, le cifre della tassa occulta che impoverisce e inquina il paese (pdf zippato - 683,75 kb)
martedì 16 ottobre 2012
Aiuti Ue, da Atene a Dublino montagna di soldi alle banche. Ai cittadini sacrifici
di Mauro Del Corno - Il Fatto Quotidiano.
I fondi elargiti a Paesi europei in difficoltà come Irlanda, Grecia e Portogallo, un domani Spagna e poi, forse, Italia sono gravati da interessi tutt’altro che simbolici e concessi in cambio di giri di torchio sulle rispettive popolazioni.
Ovunque la scusa del risanamento dei conti pubblici (spesso dissestati a causa dei soldi spesi per salvare le banche) è stata utilizzata per sdoganare l’opera di smantellamento dello Stato sociale e di mortificazione dei redditi da lavoro.
Un approccio che, oltre a non aver sinora sortito nessun risultato positivo per l’economia, appare ancora più stridente se confrontato con il trattamento riservato alle banche. Per loro i prestiti elargiti da Banca centrale europea e Unione europea a costi irrisori e senza nessun vincolo di utilizzo. Giusto qualche blanda raccomandazione ‘pro forma’ e via.
Finanziamenti che arrivano dopo che i singoli Stati del Vecchio Continente hanno messo in campo la bellezza di 2.300 miliardi di euro per riparare le falle dei loro sistemi bancari. Questa la situazione attuale dei Paesi che hanno chiesto e ottenuto fondi di sostegno.
PORTOGALLO. Lisbona ha ricevuto dalla famigerata Troika (Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea, Unione Europea) un prestito da circa 80 miliardi di euro a un tasso del 4% annuo. In base ai calcoli del ministero delle Finanze alla fine i portoghesi pagheranno 35 miliardi di euro in interessi, più o meno 3.500 euro a testa. Ma non finisce qui perché i fondi sono arrivati in cambio di un progressivo indebolimento del welfare e di una decisa compressione del costo del lavoro. Secondo gli accordi la spesa pubblica dovrebbe venire quasi dimezzata in quattro anni. I fondi per farmaci e assistenza ospedaliera sono già stati decurtati per quasi un miliardo di euro. Sul fronte lavoro gli stipendi sono scesa in media del 7% e i lavoratori sono stati obbligati a sottoscrivere un’assicurazione contro la disoccupazione. Mentre la popolazione è sottoposta a questa cura lacrime e sangue le banche portoghesi hanno preso a prestito dalla Banca Centrale Europea circa 50 miliardi di euro (non esistono dati ufficiali ma solo stime) nell’ambito del programma di iniezione di liquidità (LTRO) varato da Mario Draghi tra fine 2011 e inizio 2012. Come per tutte la banche che hanno usufruito dei fondi il tasso è fissato all’ 1% e non esistono vincoli all’utilizzo.
IRLANDA. Le cifre sono simili a quelle del Portogallo e il gioco è sempre lo stesso, alle banche viene dato tanto in cambio di quasi niente, alla popolazione poco in cambio di quasi tutto. Dublino fu costretta a chiedere aiuto perché il Governo decise di farsi garante di tutte le perdite del sistema bancario nazionale, i cui conti apparivano devastati dopo lo scoppio della bolla immobiliare, portando così il suo debito dal 25 all’80% del Pil in soli tre anni. Arrivò così un assegno di 85 miliardi di euro a firma Fmi ed Unione europea. Come per i portoghesi gli interesse che gli irlandesi dovranno pagare attraverso le tasse è di circa il 4% (varia a seconda delle scadenze delle diverse tranches) e come accompagnamento c’è da trangugiare il solito cocktail indigesto di misure su welfare e lavoro. Da qui al 2014 la spesa per sanità, scuole, assistenza verrà ridimensionata del 13%, gli stipendi pubblici sono già stati ridotti del 20% mentre sul salario minimo, che riguarda tutti, è arrivata una sforbiciata dell’11 per cento. E ancora aumento dell’Iva, delle imposte sui redditi, delle tasse universitarie con l’obiettivo finale di garantirsi un maggior gettito fiscale di 5 mld di euro l’anno. Vengono invece risparmiate le aziende che conservano la tassazione super favorevole del 12,5% sui loro profitti. E le banche? Anche quelle irlandesi hanno approfittato ampiamente della maxi offerta Bce. Nei loro forzieri sono arrivati quasi 80 miliardi di euro con il solito tasso dell’1% e assoluta libertà di impiego.
GRECIA. Per il malato più grave il ‘successo’ della cura dell’austerità a firma Bce, Fmi, Ue è sotto gli occhi di tutti: Pil a meno 5%, conti pubblici che continuano a deteriorarsi, disoccupazione passata dal 17 al 25% in un anno. Finora a favore di Atene sono stati stanziati prestiti per un valore che si avvicina ai 240 miliardi di euro, in parte già corrisposti in parte programmati per il prossimo anno con tassi di interesse che oscillano tra il 3,5 e il 4% (solo dalla prima tranches la Germania ha già incassato 400 milioni di euro in interessi). La lista dei sacrifici imposti alla popolazione si allunga di giorno in giorno e comprende misure che ormai sfiorano il grottesco. Anche qui gli ingredienti base sono tagli a sanità, assistenza, spesa sociale e ghigliottina sugli stipendi: – 25% quelli pubblici, – 15% quelli privati e salario minimo ridotto del 22%. Più complessa la situazione del settore bancario che non partecipa all’abbuffata di fondi LTRO ma che prende ossigeno dal programma Emergency liquidity assistance sempre made in Francoforte, ma con condizioni un po’ più severe
SPAGNA. Alle banche iberiche non sono bastati i circa 300 miliardi presi in prestito dalla Bce all’1 per cento. Hanno avuto bisogno di altri 100 miliardi di euro elargiti a condizioni un poco più onerose attraverso il fondo “Salva Stati”(il virgolettato è d’obbligo) per rafforzare il loro capitale. Visti i precedenti è comprensibile che il governo Rajoy stia facendo di tutto per evitare un intervento a sostegno del sistema paese che arriverebbe sotto forma di acquisti di titoli pubblici da parte della Bce subordinato all’accettazione di una serie di impegni. Come accaduto per Grecia, Irlanda e Portogallo il ricorso al soccorso esterno vorrebbe dire sottoporsi definitivamente ai diktat di Bruxelles e Francoforte. Madrid ha comunque già una mano legata essendosi impegnata con l’Unione Europea a ridurre il deficit pubblico esploso negli ultimi anni. E così negli ultimi due anni sono arrivate nuove tasse, tagli alla spesa pubblica per quasi 30 miliardi di euro, riduzione del numero dei dipendenti pubblici e dei loro stipendi , riforma del mercato del lavoro nell’ottica di una maggiore flessibilità. E pensare che potrebbe essere solo un antipasto e che un destino non molto diverso potrebbe riguardare anche noi. Le avvisaglie non mancano.
Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/15/aiuti-ue-da-atene-a-dublino-montagna-di-soldi-alle-banche-ai-cittadini-vessazioni/381833/.
I fondi elargiti a Paesi europei in difficoltà come Irlanda, Grecia e Portogallo, un domani Spagna e poi, forse, Italia sono gravati da interessi tutt’altro che simbolici e concessi in cambio di giri di torchio sulle rispettive popolazioni.
Ovunque la scusa del risanamento dei conti pubblici (spesso dissestati a causa dei soldi spesi per salvare le banche) è stata utilizzata per sdoganare l’opera di smantellamento dello Stato sociale e di mortificazione dei redditi da lavoro.
Un approccio che, oltre a non aver sinora sortito nessun risultato positivo per l’economia, appare ancora più stridente se confrontato con il trattamento riservato alle banche. Per loro i prestiti elargiti da Banca centrale europea e Unione europea a costi irrisori e senza nessun vincolo di utilizzo. Giusto qualche blanda raccomandazione ‘pro forma’ e via.
Finanziamenti che arrivano dopo che i singoli Stati del Vecchio Continente hanno messo in campo la bellezza di 2.300 miliardi di euro per riparare le falle dei loro sistemi bancari. Questa la situazione attuale dei Paesi che hanno chiesto e ottenuto fondi di sostegno.
PORTOGALLO. Lisbona ha ricevuto dalla famigerata Troika (Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea, Unione Europea) un prestito da circa 80 miliardi di euro a un tasso del 4% annuo. In base ai calcoli del ministero delle Finanze alla fine i portoghesi pagheranno 35 miliardi di euro in interessi, più o meno 3.500 euro a testa. Ma non finisce qui perché i fondi sono arrivati in cambio di un progressivo indebolimento del welfare e di una decisa compressione del costo del lavoro. Secondo gli accordi la spesa pubblica dovrebbe venire quasi dimezzata in quattro anni. I fondi per farmaci e assistenza ospedaliera sono già stati decurtati per quasi un miliardo di euro. Sul fronte lavoro gli stipendi sono scesa in media del 7% e i lavoratori sono stati obbligati a sottoscrivere un’assicurazione contro la disoccupazione. Mentre la popolazione è sottoposta a questa cura lacrime e sangue le banche portoghesi hanno preso a prestito dalla Banca Centrale Europea circa 50 miliardi di euro (non esistono dati ufficiali ma solo stime) nell’ambito del programma di iniezione di liquidità (LTRO) varato da Mario Draghi tra fine 2011 e inizio 2012. Come per tutte la banche che hanno usufruito dei fondi il tasso è fissato all’ 1% e non esistono vincoli all’utilizzo.
IRLANDA. Le cifre sono simili a quelle del Portogallo e il gioco è sempre lo stesso, alle banche viene dato tanto in cambio di quasi niente, alla popolazione poco in cambio di quasi tutto. Dublino fu costretta a chiedere aiuto perché il Governo decise di farsi garante di tutte le perdite del sistema bancario nazionale, i cui conti apparivano devastati dopo lo scoppio della bolla immobiliare, portando così il suo debito dal 25 all’80% del Pil in soli tre anni. Arrivò così un assegno di 85 miliardi di euro a firma Fmi ed Unione europea. Come per i portoghesi gli interesse che gli irlandesi dovranno pagare attraverso le tasse è di circa il 4% (varia a seconda delle scadenze delle diverse tranches) e come accompagnamento c’è da trangugiare il solito cocktail indigesto di misure su welfare e lavoro. Da qui al 2014 la spesa per sanità, scuole, assistenza verrà ridimensionata del 13%, gli stipendi pubblici sono già stati ridotti del 20% mentre sul salario minimo, che riguarda tutti, è arrivata una sforbiciata dell’11 per cento. E ancora aumento dell’Iva, delle imposte sui redditi, delle tasse universitarie con l’obiettivo finale di garantirsi un maggior gettito fiscale di 5 mld di euro l’anno. Vengono invece risparmiate le aziende che conservano la tassazione super favorevole del 12,5% sui loro profitti. E le banche? Anche quelle irlandesi hanno approfittato ampiamente della maxi offerta Bce. Nei loro forzieri sono arrivati quasi 80 miliardi di euro con il solito tasso dell’1% e assoluta libertà di impiego.
GRECIA. Per il malato più grave il ‘successo’ della cura dell’austerità a firma Bce, Fmi, Ue è sotto gli occhi di tutti: Pil a meno 5%, conti pubblici che continuano a deteriorarsi, disoccupazione passata dal 17 al 25% in un anno. Finora a favore di Atene sono stati stanziati prestiti per un valore che si avvicina ai 240 miliardi di euro, in parte già corrisposti in parte programmati per il prossimo anno con tassi di interesse che oscillano tra il 3,5 e il 4% (solo dalla prima tranches la Germania ha già incassato 400 milioni di euro in interessi). La lista dei sacrifici imposti alla popolazione si allunga di giorno in giorno e comprende misure che ormai sfiorano il grottesco. Anche qui gli ingredienti base sono tagli a sanità, assistenza, spesa sociale e ghigliottina sugli stipendi: – 25% quelli pubblici, – 15% quelli privati e salario minimo ridotto del 22%. Più complessa la situazione del settore bancario che non partecipa all’abbuffata di fondi LTRO ma che prende ossigeno dal programma Emergency liquidity assistance sempre made in Francoforte, ma con condizioni un po’ più severe
SPAGNA. Alle banche iberiche non sono bastati i circa 300 miliardi presi in prestito dalla Bce all’1 per cento. Hanno avuto bisogno di altri 100 miliardi di euro elargiti a condizioni un poco più onerose attraverso il fondo “Salva Stati”(il virgolettato è d’obbligo) per rafforzare il loro capitale. Visti i precedenti è comprensibile che il governo Rajoy stia facendo di tutto per evitare un intervento a sostegno del sistema paese che arriverebbe sotto forma di acquisti di titoli pubblici da parte della Bce subordinato all’accettazione di una serie di impegni. Come accaduto per Grecia, Irlanda e Portogallo il ricorso al soccorso esterno vorrebbe dire sottoporsi definitivamente ai diktat di Bruxelles e Francoforte. Madrid ha comunque già una mano legata essendosi impegnata con l’Unione Europea a ridurre il deficit pubblico esploso negli ultimi anni. E così negli ultimi due anni sono arrivate nuove tasse, tagli alla spesa pubblica per quasi 30 miliardi di euro, riduzione del numero dei dipendenti pubblici e dei loro stipendi , riforma del mercato del lavoro nell’ottica di una maggiore flessibilità. E pensare che potrebbe essere solo un antipasto e che un destino non molto diverso potrebbe riguardare anche noi. Le avvisaglie non mancano.
Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/15/aiuti-ue-da-atene-a-dublino-montagna-di-soldi-alle-banche-ai-cittadini-vessazioni/381833/.
Allarme rosso. La Bce dice di abbassare i salari
di Sergio Cararo - Contropiano
Allarme! Un nuovo diktat è nell’aria. Un rapporto della Bce ritiene che l'adeguamento salariale nei paesi dell'Eurozona è stato relativamente limitato nonostante la gravità della recessione e l’aumento della disoccupazione. Tradotto in soldoni: i salari sono troppo alti e vanno abbassati.
In un tale contesto secondo la Bce "una risposta flessibile delle retribuzioni dovrebbe essere un'importante priorità". I tecnocrati di Francoforte argomentano il loro nuovo diktat ai governi con motivazioni che mettono i brividi.
Secondo l’analisi della Bce durante la crisi i salari reali sono aumentati nell'area euro, presumibilmente come riflesso di uno spostamento dell'occupazione verso lavori a salario più alto, i quali sarebbero maggiormente tutelati. In un altro riquadro viene messo a confronto l'andamento della disoccupazione nell’Eurozona con quello negli Usa: complessivamente l'aumento dei senza lavoro nei paesi europei è stato più contenuto: 4 punti percentuali contro i 4,8 punti degli Usa.
Ma all’inizio del 2010 in entrambe le aree veniva registrato un tasso di disoccupazione attorno al 10 per cento, da allora gli andamenti si sono discostati: calo negli Usa mentre nell'area euro hanno continuato a salire. E così oggi nell'Eurozona i disoccupati superano l'11% mentre negli Stati Uniti sono attorno all'8%. Anche perché la stessa Bce rileva che l'area dell'euro ha perso 4 milioni di occupati tra 2008 e fine 2011, non solo ma "l'occupazione è diminuita ulteriormente nella prima metà del 2012 - si legge poi nel capitolo sulla situazione nel mercato del lavoro - mentre la disoccupazione ha continuato ad aumentare".
Questa valutazione preliminare serve alla Bce per giungere alle considerazioni sui salari e sulle "rigidità" nel mercato del lavoro dell’Eurozona. Tenuto conto dell'intensità della crisi, “la risposta dei salari nell’area dell`euro sembra essere stata piuttosto contenuta - si legge - per effetto della generale rigidità salariale”. In questo quadro secondo la Bce serve più flessibilità sui salari anche per agevolare la necessaria riallocazione settoriale che prelude alla creazione di posti di lavoro e alla riduzione della disoccupazione. E chiaramente questo richiede ulteriori e significative “riforme del mercato del lavoro nei paesi dell'area”, riforme che i tecnocrati di Francoforte ritengono “un elemento fondamentale per una solida ripresa economica nelle economie”, che dovrebbe altresì facilitare ulteriori effetti di propagazione positivi relativi alla correzione e prevenzione degli squilibri macroeconomici, il riequilibrio dei conti e la stabilità finanziaria.
La Bce poi cita come esempi positivi (sic!) i paesi europei in cui le “riforme” sono state già fatte, e tra questi figurano anche Italia e Spagna che "recentemente hanno adottato riforme del mercato del lavoro al fine di accrescere la flessibilità e l'occupazione". Ma i risultati ci dicono esattamente il contrario in entrambi i paesi.
(11 ottobre 2012)
Fonte: http://www.contropiano.org/it/news-politica/item/11783-allarme-rosso-la-bce-dice-di-abbassare-i-salari
Allarme! Un nuovo diktat è nell’aria. Un rapporto della Bce ritiene che l'adeguamento salariale nei paesi dell'Eurozona è stato relativamente limitato nonostante la gravità della recessione e l’aumento della disoccupazione. Tradotto in soldoni: i salari sono troppo alti e vanno abbassati.
In un tale contesto secondo la Bce "una risposta flessibile delle retribuzioni dovrebbe essere un'importante priorità". I tecnocrati di Francoforte argomentano il loro nuovo diktat ai governi con motivazioni che mettono i brividi.
Secondo l’analisi della Bce durante la crisi i salari reali sono aumentati nell'area euro, presumibilmente come riflesso di uno spostamento dell'occupazione verso lavori a salario più alto, i quali sarebbero maggiormente tutelati. In un altro riquadro viene messo a confronto l'andamento della disoccupazione nell’Eurozona con quello negli Usa: complessivamente l'aumento dei senza lavoro nei paesi europei è stato più contenuto: 4 punti percentuali contro i 4,8 punti degli Usa.
Ma all’inizio del 2010 in entrambe le aree veniva registrato un tasso di disoccupazione attorno al 10 per cento, da allora gli andamenti si sono discostati: calo negli Usa mentre nell'area euro hanno continuato a salire. E così oggi nell'Eurozona i disoccupati superano l'11% mentre negli Stati Uniti sono attorno all'8%. Anche perché la stessa Bce rileva che l'area dell'euro ha perso 4 milioni di occupati tra 2008 e fine 2011, non solo ma "l'occupazione è diminuita ulteriormente nella prima metà del 2012 - si legge poi nel capitolo sulla situazione nel mercato del lavoro - mentre la disoccupazione ha continuato ad aumentare".
Questa valutazione preliminare serve alla Bce per giungere alle considerazioni sui salari e sulle "rigidità" nel mercato del lavoro dell’Eurozona. Tenuto conto dell'intensità della crisi, “la risposta dei salari nell’area dell`euro sembra essere stata piuttosto contenuta - si legge - per effetto della generale rigidità salariale”. In questo quadro secondo la Bce serve più flessibilità sui salari anche per agevolare la necessaria riallocazione settoriale che prelude alla creazione di posti di lavoro e alla riduzione della disoccupazione. E chiaramente questo richiede ulteriori e significative “riforme del mercato del lavoro nei paesi dell'area”, riforme che i tecnocrati di Francoforte ritengono “un elemento fondamentale per una solida ripresa economica nelle economie”, che dovrebbe altresì facilitare ulteriori effetti di propagazione positivi relativi alla correzione e prevenzione degli squilibri macroeconomici, il riequilibrio dei conti e la stabilità finanziaria.
La Bce poi cita come esempi positivi (sic!) i paesi europei in cui le “riforme” sono state già fatte, e tra questi figurano anche Italia e Spagna che "recentemente hanno adottato riforme del mercato del lavoro al fine di accrescere la flessibilità e l'occupazione". Ma i risultati ci dicono esattamente il contrario in entrambi i paesi.
(11 ottobre 2012)
Fonte: http://www.contropiano.org/it/news-politica/item/11783-allarme-rosso-la-bce-dice-di-abbassare-i-salari
lunedì 8 ottobre 2012
Fondo salva stati ESM: un modo per uccidere il futuro dell’Italia
GUEST POST: Italia schiavizzata dal fondo Salva Stati ESM. Ma nessuno se ne rende conto
La dottoressa Lidia Undiemi
è un personaggio che pochi di voi conosceranno, ma che ormai da un po’
di tempo si sta muovendo per dare agli italiani dei messaggi, quei
messaggi che il sistema ci nasconde e che per lo più ignoriamo. Insomma,
una visione alternativa del nostro mondo, mettendo a nudo quelle
anomalie che poi, un giorno pagheremo a caro prezzo.
Ancora nessuno ha spiegato alla gente, agli italiani, cosa sia l’ESM
(European Stability Mechanism), cosa comporti e quali saranno le
conseguenze nell’immediato. Il costituendo strumento economico
internazionale, che avrà sede in Lussemburgo, non a
caso, prevede l’immunità assoluta per tutti i componenti del proprio
organigramma, la segretezza per ogni suo atto,e la libertà d’azione
totale. La prima conseguenza per l’Italia sarà quella di cedere la
propria sovranità economica e quindi politica. Poi dovrà pagare la
“quota” d’adesione,che sarà di appena 125 miliardi di euro
( Dove prenderà Monti questi soldi?) ed inoltre acconsentirà al fatto
che dei privati possano intervenire nell’imposizione delle regole
economiche nazionali (tasse, manovre, etc.). Il tempo rimasto è
pochissimo e bisogna impedire che il Parlamento ed il Senato ratifichino
l’ingresso dell’Italia. la discussione verrà introdotta tra pochissimo
tempo.
Ma il guaio è anche un altro: tutta la politica, quella italiana e quella europea, rema dalla stessa parte. Tutti sanno e nessuno dice.
L’autodeterminazione di un popolo lo rende sovrano e fino a quando la
Costituzione salvaguarderà i diritti, i nostri diritti, di cittadini ed
esseri umani liberi, noi saremo sempre in prima linea a combattere ogni
forma d’abuso. Questo articolo verrà diramato anche alla stampa estera,
affinché tutti possano avere nozione ed acquisire i suoi contenuti.
L’economista Lidia Undiemi si sta esponendo in prima
persona, e noi con lei. Ci apprestiamo anche a pubblicare un dossier
completo con tutti i passaggi che hanno portato all’ESM ed alla sua
natura perversa. (Source: Palermo Report)
Dossier sulla gestione del fondo “salva-stati ESM” di Lidia Undiemi (Scarica il PDF)
Nuovo trattato ESM – 2 febbraio 2012 (Scarica il PDF)
Vecchio trattato ESM – 11 luglio 2011 (Scarica il PDF)
Vi lascio il video della Dottoressa Undiemi. Ovviamente i commenti sono a
Vs disposizione e, se tutto va bene, avremo anche la partecipazione
della stessa dottoressa nella discussione, in modo da creare un Forum
attivo e costruttivo. Buona visione.
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